«Questo Paese così muore». Viaggio nel feudo di Merkel, dove ora scompare la Cdu
L’immagine storica Angela Merkel in campagna elettorale nel 1990
con cinque pescatori dell’isola di Rügen: Bull è nascosto, in fondo a sinistra
Si vota domenica: AFD in testa e Merz rischia la poltrona
17 Sep 2026 - Corriere della Sera
dalla nostra inviata Mara Gergolet
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Lei è «Acki» Bull, giusto? Quando alla fine compare, seduto in poltrona con il caffè in mano — l’ultima casa tra tetti di paglia in fondo al paese — è chiaro che, con quell’aria da lupo di mare e quella visiera, non può che essere un nostromo, il pescatore più celebre in Germania, baciato anni fa dalla fama di un istante. Fa cenno di sedersi: «È una storia triste — inizia —. La pesca, l’agricoltura: tutto qui è stato distrutto. Non è solo colpa dei tedeschi, ci ha messo del suo anche la UE, però non è rimasto niente. Da questa riunificazione noi della DDR siamo usciti perdenti: è molto semplice. E adesso cercano di distruggere anche quel poco che è rimasto».
«Acki» Bull è uno dei cinque pescatori che compaiono in una delle più celebri foto di Angela Merkel: l’unico ancora in vita. Sono ripresi in una capanna, rientrati dal mare, la luce filtra dalle finestre come in un quadro di Caravaggio tra il fumo di sigarette. In mezzo, una giovane Merkel, 36 anni, con la T-shirt bianca, un po’ curva in ascolto, mentre loro non la guardano. È il 2 novembre 1990, lei è una straniera venuta a chiedere il loro voto: si è detto che l’immagine già racchiuda tutto il suo successivo stile di governo. «Fu gentile — ricorda Acki —. Le dicemmo che ci poteva parlare solo dopo aver preso lo schnaps con noi. Se ricordo bene, ne prese tre». «Ascoltò, ma disse che non prometteva niente». Un mese dopo, Merkel vinse l’elezione, il primo di otto mandati diretti, alcuni con il 50% dei voti. E il collegio 267 — nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, compresa la bellissima isola di Rügen — diventarono la Merkel-land, la sua «patria politica».
Merkel non promise e non riuscì ad aiutare i pescatori. Il prezzo delle aringhe — merce pregiata nella DDR — crollò, vennero le quote UE, si diffusero le foche grigie, scomparvero le barche. Acki ce l’ha con i Verdi: «Vengono qui ad accarezzare i cormorani, e liberano perfino le foche!». Dei 123 pescatori del Comune di Mönchgut dei suoi tempi ne sono rimasti tre. Indica le case: «Solo turisti, piccoli affitti. I giovani emigrano e queste case le comprano gli stranieri ma non ci vivono: così il paese muore. Chi ci va più al bar? Io prendo 1.000 euro di pensione, come quasi tutti qui: i contributi nella DDR erano fissi, che uno fosse pescatore o insegnante: chi le vede le pensioni dell’ovest? Certo, si sopravvive, si fa la spesa al discount. Ma è una bella vita?». E domenica, signor Bull, per chi voterà? «Io ho sempre votato CDU». Però...? «La CDU non c’è più, è finita. L’AfD? Fa solo promesse». Allora, non vota? «Certo che voterò!».
In paese, due persone si dileguano al nome AfD. Un terzo, Ulrich, operaio in pensione, conferma che la sosterrà. «Ci danno dei nazi: noi dell’ex DDR non andiamo mai bene: prima eravamo della Stasi, ora nazi. Certo che non lo siamo!». Per lui, però, la benzina è super cara, la NATO si è allargata troppo, «noi ammiravamo Gorbaciov», ci hanno promesso «l’economia sociale di mercato», ma era una finta. Voterà AfD, sostiene, perché non si può andare avanti.
E così nel regno nordico di Angela Merkel, in quest’isola di faggeti e pini, di scogliere di gesso sul Baltico e di dune — dove si dispongono in fila gli Strandkorb, i cestoni di vimini cari a Thomas Mann ed è tornato il turismo —, qui dove Hitler fece costruire il più grande complesso balneare nazista a Prora con una muraglia di abitazioni lunga 5 chilometri e dove Honecker andava in vacanza, in quest’isola dalle mille suggestioni, si compie il più pericoloso e impensabile cortocircuito della politica tedesca.
Mentre l’AfD tocca il 38%, la SPD si difende (sopra il 30%), la CDU nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore domenica rischia di sparire: galleggia a malapena sul 7%, rischia l’espulsione dal Parlamento e il peggior risultato della sua storia. Sono dieci anni che le politiche merkeliane sono contestate, giudicate troppo di sinistra. Tanti rigettano l’apertura ai migranti e il lockdown. Il colpo finale l’ha dato la guerra. Però, dal primo all’ultimo dei cittadini incontrati, tutti pensano che Merkel fosse molto meglio di Merz: perché capiva i loro sentimenti.
Merz no. Merz è il Wessi, l’occidentale come quelli degli anni Novanta che hanno imposto tagli, disoccupazione e questo straniante senso di impotenza: è quasi una proiezione della loro sconfitta. E allora — chiudendosi occhi, naso e orecchie, pensando o illudendosi che l’AfD non sia «nazi», visto che qui è meno radicale che in Sassonia — votare l’AfD è anche una «punizione» per i potenti come lui, un calcio al mondo che non funziona.
Merz sa che domenica sul Meclemburgo-Pomerania può saltare. Ha annullato il viaggio a New York per la settimana dell’ONU: si fanno i nomi dei possibili successori, dal ministro Alexander Dobrindt ai governatori Markus Söder, Hendrik Wüst e Boris Rhein. E sembra l’ennesima beffa, lo script di un pessimo sceneggiatore, che il destino di Merz possa essere deciso nella terra dove (l’ex arcinemica) Angela Merkel una volta era regina.
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Il cancelliere
Friedrich Merz, 70 anni, leader della CDU, è cancelliere tedesco dal 6 maggio 2025. Il Bundestag lo ha eletto con 325 voti. Avvocato, nato a Brilon in Renania Settentrionale-Vestfalia, è succeduto al socialdemocratico Olaf Scholz.
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