Addio a Fignon, il professore


Laurent Fignon in una tappa del Tour 1989, 
seguito dal grande rivale Greg Lemond

La lotta al cancro non è servita: Laurent è morto ieri a Parigi, aveva appena 50 anni

1 Sep 2010 - Corriere dello Sport
di Mario Viggiani

Laurent Fignon non ce l’ha fatta: ieri mattina si è arreso al cancro, nell’ospedale Pitié-Salpetriere a Parigi. L’ennesimo campione del ciclismo stroncato da una grave malattia, inevitabile conseguenza degli abusi (medicine e droghe) serviti per andare forte sui pedali.

Aveva 50 anni, il “Professore” (la filosofia era l’altra sua grande passione), e questo sport nonostante tutto ne scandiva ancora le giornate: lo commentava per una Tv francese, senza giri di parole quando in gruppo c’era da criticare qualche mossa sbagliata, e aveva acquistato un albergo sui Pirenei, la base ideale per gli amatori che volevano migliorarsi con i suoi programmi di allenamento. Alla fine, però, la resa è stata inevitabile. «Questa malattia è una carognata, ma la mia vita è stata una bella avventura» , aveva detto di recente. 

LA CARRIERA

Grande specialista delle crono ma anche attaccante nato («Ormai si corre in difesa» , diceva dei big attuali), Laurent imparò bene i trucchi del mestiere da un certo Bernard Hinault, vincendo due Tour de France consecutivi (nel 1983 e nel 1984, il secondo addirittura con 10’32” proprio su Hinault), un Giro d’Italia (nel 1989) e due Milano-Sanremo (pure consecutive: 19881989). In mezzo a questi trionfi, non pochi incidenti limitarono il suo palmarés: operazione a una caviglia nel 1985, frattura a una clavicola nel 1986 e a uno scafoide nel 1988. E un paio di sconfitte restarono più celebri per la loro modalità. Nel 1984 Francesco Moser gli sfilò il Giro per 1’03” nella crono decisiva, per Fignon persa per colpa dell’elicottero più che delle ruote lenticolari usate dall’italiano. Nel 1989 Greg LeMond lo rimontò nella crono finale del Tour grazie al manubrio da triathlon, superandolo di appena 8 secondi! «Un giorno di tristezza assoluta, per me, inaccettabile» , avrebbe commentato poi. 

IL PERSONAGGIO

Grillo parlante, nel senso che non le mandava mai a dire, non amava l’ipocrisia ed era schietto come pochi. «Non tutto il mondo mi ama, ma io me ne frego» , «In bici pensavo troppo, riusciva meglio chi lo faceva meno. Ma questo non vuole dire che loro siano degli stupidi» : in queste frasi c’era tutto Fignon. 

LA MALATTIA

Nel giugno 2009, la rivelazione: «Ho un cancro all’apparato digerente» , arrivata in un libro autobiografico dal titolo significativo (“Eravamo giovani e incoscienti“) di una brutta realtà spesso abbinata al ciclismo. Da allora Fignon aveva lottato tenacemente, sottoponendosi agli inevitabili cicli di chemioterapia, e nel frattempo continuava a commentare le corse per France 2. Con grande fatica aveva seguito il Tour di quest’anno, nonostante il male avesse ormai intaccato anche una corda vocale. Lo aspettava la Vuelta, ma stavolta proprio non ce l’ha fatta. 

IL DOPING

Per due volte, in carriera Fignon risultò positivo ai controlli antidoping: nel 1988 al GP di Vallonia e nel 1989 in una corsa olandese (cortisone e amfetamine). E lui stesso ha raccontato di quanto accadde alla Vuelta, nel 1987: usò cocaina nel tentativo, alla fine vano, di spodestare il leader Herrera nell’ultima tappa. Si era espresso però a favore delle ultime novità nella lotta al doping, in particolare il passaporto biologico.

***

Prima Anquetil, poi tanti altri

1 Sep 2010
Corriere dello Sport

Quando gli era stato chiesto di un eventuale collegamento tra la sua malattia, il cancro, e l’uso di anfetamine e cortisone praticato nella carriera da professionista, Laurent Fignon aveva risposto così: «Io non sono in grado di dirlo. I medici che mi hanno curato hanno spiegato in modo chiaro che sarebbe troppo semplice stabilire un legame tra il ricorso a certe sostanze e il cancro. Oltretutto dovrebbero esserci dozzine di casi simili, visto che alla mia epoca tutti facevamo le stesse cose...» .

Appunto. Pur lasciando da parte le storie di ciclisti o ex corridori finiti tragicamente (Marco Pantani e Frank Vandenbroucke per tutti) dopo una carriera sviluppatasi o conclusasi attraverso episodi controversi, sono tanti i nomi, anche decisamente eccellenti, di chi è stato protagonista di una morte repentina per malattia dopo una gloriosa carriera in questa disciplina sportiva.

  • Il francese Jacques Anquetil (vincitore di 5 Tour e 1 Vuelta) è scomparso a 53 anni nel 1987 per un cancro. 
  • Lo spagnolo José Manuel Fuente (vincitore di 2 Vuelta) è morto a quasi 51 anni nel 1996: vana fu la sua battaglia contro una malattia renale (una grave infezione lo aveva costretto al ritiro agonistico quando era 31enne). 
  • L’olandese Gerrie Knetemann (campione mondiale nel 1978 al Nurburgring) è deceduto a 53 anni nel 2004 per un attacco cardiaco mentre pedalava su una mountain bike. 
  • In Italia, nel 2002 a 57 anni è scomparso Wladimiro Panizza (2º al Giro nel 1980) per problemi di natura cardiaca, e nel 2003 a 33 anni sempre una crisi cardiaca è stata fatale per Denis Zanette (gli era stata accertata una patologia cardiaca polmonare). 
  • Va infine ricordato il suicidio dell’altro spagnolo Luis Ocaña, con un colpo di pistola a quasi 50 anni nel 1994 dopo una sere di problemi fisici e frequenti stati depressivi.

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