Le urla del silenzio (stampa)


A Spagna ’82 la metamorfosi azzurra comincia al Sarriá contro l’Argentina. Il brutto anatroccolo di Vigo diventa cigno e sarà campione del mondo. Alla faccia della critica e dei dirigenti 

di CHRISTIAN GIORDANO ©
Guerin Sportivo ©

Mondiali di Spagna 1982. Nella prima fase l’Italia si qualifica senza vincere né perdere (0-0 con la Polonia che vincerà il Gruppo 1, 1-1 con Perù e Camerun), nella seconda viene inserita nel Gruppo C, quello di Argentina e Brasile, le favorite della competizione. Stavolta nemmeno s’invoca il miracolo: non basterebbe. La Selección ha aggiunto alla squadra campione in carica la coppia di fenomeni Maradona-Díaz esplosa nel 1979 ai mondiali giovanili di Tokyo, la Seleção è una sorta di All-Star che schiera Zico, Falcão, Socrates, Cerezo, Eder. Gli azzurri non stanno in piedi, c’è perfino chi prega il presidente federale Sordillo, odiatissimo dalla squadra, di chiamare al loro capezzale lo stregone Liedholm. Giocatori e giornalisti si odiano (Mario Sconcerti e Tardelli per poco non vengono alle mani), il solo a non perdere la testa è il Ct Bearzot: «Contro Argentina e Brasile non partiamo battuti», dice. Più che una speranza, la sua pare lucida follia. 

«Povera Italietta», titolano i giornali nostrani, orfani di notizie (e di idee) dagli azzurri che, esasperati da assurde illazioni (premi-qualificazione gonfiati a 80 milioni di lire dai 19-21 che erano), anche le più basse (grosse perdite al casino, preferenze sessuali di due giocatori compagni di stanza), si erano rifugiati in quello che ai tempi fu un clamoroso “silenzio-stampa”, rifiutando qualsiasi dichiarazione ai cronisti i quali dovevano rassegnarsi ad avere come unici interlocutori due “muti”: Enzo Bearzot e Dino Zoff, il capitano, designato dalla squadra come unico portavoce. 

Lasciata la fresca Vigo (il grande Artemio Franchi i suoi conti sapeva farli), la Nazionale italiana si acquatta nel ritiro di San Boi di Llobregat in vista dei due match del Sarriá, il secondo stadio di Barcellona, grande un terzo del Nou Camp ma perfetto per il football. Sta per cambiare la storia: del torneo, degli azzurri, del nostro calcio. 

La vigilia è animata dalle dichiarazioni del Ct argentino Menotti, che stuzzica il permalosissimo calcio della Penisola: «Siete rimasti a quarant’anni fa». Il suo collega italiano fa sfoggio di serenità non solo metereologica: «Non temo il diluvio». 

Nessuno lo sa ancora, ma nel clan Italia la grande paura è passata: adesso gli azzurri non hanno più nulla da perdere. Bearzot non crede che Menotti sia così sciocco da far giocare Maradona centravanti avendo già una mezzapunta come Kempes alle spalle di Bertoni e Díaz, e vorrebbe che se ne occupasse un centrocampista (Tardelli), perché «a marcare Maradona dovrà essere uno capace di impegnarlo». Ma una vocina esterna gli sussurra che invece andrà proprio così: “el Flaco” (lo Smilzo) terrà Bertoni e Díaz larghi sulle fasce, Maradona al centro e Kempes sulla trequarti. Visto a posteriori, un suicidio tattico. Bearzot ne parla con la squadra, perché «le marcature devono essere gradite anche ai giocatori», poi decide: Gentile su Maradona, Collovati su Díaz, Cabrini su Bertoni; a centrocampo Oriali s’incollerà sul regista Ardíles e Tardelli inseguirà Kempes. Dall’altra parte, su Antognoni s’immolerà Gallego, retroguardia arcigna con Luis Galván stopper, Olguín e Tarantini terzini, il “duro” Passarella libero con licenza di uccidere in attacco e di randellare in difesa. Questo sulla lavagna dello spogliatoio. Sono le 11,30 di martedì 29 giugno, mancano meno di sei ore alla gara e anche se l’afa sembra aver concesso una tregua, il Vecio è pensieroso. Il professor Leonardo Vecchiet, storico responsabile dello staff sanitario, lo tranquillizza: «Non ti preoccupare: veniamo da venticinque giorni di fresco, abbiamo energie nuove. Il caldo non sarà un problema». E la carnitina fa miracoli. 

L’Italia comincia bene. Marca a uomo anche a centrocampo e chiude con saggezza antica ogni spazio. Antognoni e Conti vanno al tiro, poi il funambolo di Nettuno viene fermato per un fuorigioco che lo stereotipo impone «millimetrico». L’Argentina pare contratta, nervosa e picchia. Gli azzurri, dal canto loro, si fanno rispettare. Eccome. Gentile annulla Maradona e altrettanto fanno Cabrini con Bertoni e Collovati con Díaz, Kempes invece si marca da sé. L’unico argentito davvero in partita è l’onnipresente Ardíles. Piano piano però l’Argentina comincia a schiacciare gli avversari nella loro metà campo. Gli italiani perdono troppi palloni a centrocampo, servono sporadicamente le isolatissime punte e non riescono quasi mai a “salire” per rifiatare la terza linea. Il terreno di gioco del Sarriá è più piccolo degli altri stadi di circa quattrocento metri quadrati, il che sul piano tattico si traduce con la limitata possibilità di allargare il gioco sulle fasce laterali. Pur di sfuggire al suo spietato marcatore è là che Maradona cerca rifugio, e trattandosi di un cliente particolarmente difficile “Gheddafi”, baffuto da far paura, lo segue ovunque per eseguire le consegne anche a domicilio. “El Pibe de oro” è nervosissimo perché non riesce a giocare e in questo l’arbitro Rainea, amicissimo di Franchi, è colpevolmente correo. Come non bastasse, al 34’ Dieguito si fa ammonire per proteste, sanzione che appare quanto meno eccessiva visto che prende botte da mezz’ora. Gli argentini attaccano ma solo per corridoi centrali e in modo troppo prevedibile, cercando sempre il loro numero dieci, e così il primo tempo si chiude senza grossi sussulti. A 4’ dal riposo Gentile raggiunge Maradona nella lista dei cattivi e, ironia della sorte, ci finisce per l’unico fallo che forse non ha commesso: per colpire un pallone alto i due si scontrano in modo pulito, ma Diego crolla a terra. E così dopo 45’, almeno sul referto, vittima e carnefice pari sono. 

Nella ripresa sono gli azzurri a prendere in mano le redini del gioco, pressando gli argentini sin dalla trequarti avversaria, cercando di recuperare palla e partendo in veloci contrattacchi (ai tempi nessuno blatera di «ripartenze») portati avanti con più uomini. L’«Italietta» pare un’altra squadra: apertura di Conti per Graziani che da buona posizione tira debolmente, lancio di Antognoni per Tardelli che segna a gioco fermo, Rainea dice che è fuorigioco. L’Argentina sembra avere il fiato grosso. Una gran botta di Tardelli impegna severamente Fillol. Il gol è nell’aria. E al 57’ arriva. Conti scende sulla fascia destra, arrivato sulla trequarti allarga ad Antognoni, tocco delizioso dall’altra parte ancora per Tardelli, preciso diagonale di sinistro e 1-0. La reazione “blanquiceleste” è veemente: Bertoni impegna Zoff, Maradona colpisce un palo su punizione, Passarella di testa trova un grande Zoff. Gli uomini di Bearzot cercano di uscire dal guscio: al 67’ un lancio di Tardelli libera Rossi davanti a Fillol, ma “Pablito” spreca tirando addosso al portiere. Sula respinta si fionda Conti, che dalla sinistra ha seguito l’azione; favorito da un rimpallo, va sul fondo e rimette indietro per l’accorrente Cabrini, gran rasoiata di sinistro e 2-0. Argentini annichiliti. Bearzot mette dentro forze fresche: Marini e Altobelli rilevano l’esausto Oriali e Rossi, che pur restando a secco ha mostrato progressi. A 7’ dalla fine i sudamericani accorciano le distanze con Passarella che calcia in gol una punizione mentre Zoff dispone la barriera, un minuto dopo subiscono l’espulsione del terribile Gallego, che ha martoriato Marini e Scirea. Finisce 2-1, l’impossibile è accaduto. A Menotti il boccone non va giù: gli azzurri giocano solo in difesa, fanno un non-gioco, non sono una vera squadra. «La marca que ejerció Gentile sobre Maradona fue decisiva. Gentile lo golpeó sistemáticamente», scriveranno gli inviati argentini. Da noi, alla prima vittoria azzurra, le critiche della stampa si attenuano come per miracolo. Adesso la colpa delle figuracce precedenti non è più «dei ragazzi», ma «della Federazione che non è intervenuta a svolgere i suoi compiti istituzionali, lasciando gli azzurri in un mare di difficoltà». Così va il calcio: morte le bandiere, garriscono le banderuole. Tre giorni dopo gli argentini le buscano (1-3, espulso Maradona) anche dal Brasile, al quale basterebbe pareggiare con l’Italia per andare in semifinale. Il resto è storia. Pardon, leggenda. 
Christian Giordano


Il tabellino 

Stadio Sarrià, Barcellona (Spagna), 29 giugno, ore 17.15 
Italia-Argentina 2-1 (0-0) 
Italia: Zoff (C); Gentile, Cabrini; Oriali (76’ Marini), Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi (81’ Altobelli), Antognoni, Graziani. In panchina: Bordon, Bergomi, Causio.  Ct: Bearzot. 
Argentina: Fillol; Olguín, Tarantini; Gallego, L. Galván, Passarella (C); Bertoni, Ardíles, Díaz (58’ Calderón), Maradona, Kempes (58’ Valencia). In panchina: Baley, Van Tuyne, Barbas.  Ct: Menotti. 
Arbitro: Rainea (Romania); guardalinee: Galler (Svizzera), Lacarne (Algeria). 
Marcatori: 56’ Tardelli, 68’ Cabrini, 84’ Passarella. 
Ammoniti: Rossi, Gentile; Ardíles, Kempes, Maradona. 
Espulso: Gallego 84’. 
Spettatori: 43.000 circa.

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