GHIACCIO INCANDESCENTE: MAZZOLA


PROTAGONISTI
La carriera straordinaria del baffo parlante

di Vladimiro Caminiti
La storia illustrata dell'Inter
La Casa dello Sport, 1986

Non ha avuto, il calcio italiano, molti attaccanti alla sua altezza, pur non potendo condividere quanto un notista inglese ebbe a dire di lui, che nel calcio sia stato artista e operaio, poeta e contadino, padrone e gregario. In realtà, Sandro Mazzola, col suo baffo parlante, pinocchiescamente inaugura un'epoca di dialettiche stringenti; lui e Rivera rappresentano l'ingresso del nostro calcio nel mondo con una tecnica di pallone almeno audace quanto quella labiale. Due campioni che si difendono anche fuori campo con sopraffine abilità, direi soprattutto Sandrocchio, chiamiamolo da questo punto con questo maggiorativo; sì, questo si può dire, fu sempre maggiorativo rispetto agli altri campioni della sua epoca, per come riuscì a farsi largo e nonostante certe antipatie preconcette del suo allenatore Helenio Herrera, in quei giorni grandissimamente in voga. Il calcio è un fenomeno anche commerciale, da espandere, il Mago servi alla sua espansione alla corte di Moratti, con quell'altro genio delle relazioni: Italo Allodi; il ragazzo, nato nel 1942 e rimasto orfano di padre a sette anni nemmeno compiuti, col fratellino Ferruccio che pareva unanimemente più dotato, iniziò a dar calci importanti all'Inter, dove lo portò quello spiritaccio di Benito Lorenzi detto Veleno, con tutte le sue stramberie un cuor d'oro. E nel vivaio dell'Inter, i due bambini hanno un maestro impareggiabile (in particolare Sandro se ne avvale) nel mitico centravanti interista e azzurro bicampione del mondo, Peppino Meazza.

Mancatagli la grande mano del padre Valentino, altre mani lo soccorrono. Sandro, prima di diventare Sandrocchio, è smilzo, un chiodo pare, ma non arrugginito, è sempre arrabbiato, spesso arruffato in quei riccioli nevrastenici, gli occhietti neri balenano voglie e rabbie; più semplice e timido il fratello Ferruccio. Pure, la strada è terribilmente in salita e si tratta di studiare e allenarsi senza fiatare. Una volta che va da Meazza a lamentarsi del fatto che un compagno non gli passerebbe il pallone, si prende una strigliata che non scorderà più. Ed è forse il momento topico della sua vita, per un ragazzo spogliato dalle illusioni fin da piccino, subito spettatore di cose più grandi di lui, scoprire che ce n'è una più grande ancora, la lealtà del campione sempre solo e sempre amico di tutti, che non può illudersi di essere migliore; i migliori sono gli altri, dice Meazza, con severità ringhiosa al ragazzino, che tiene la testa bassa e gli viene da piangere, ma non piange, un Mazzola non piange.

E da questo momento comincia il nuovo Sandro, cresce puntuto e sparato nel gioco, la sua azione è velocissima, per quanto non gli si possa esattamente assegnare un ruolo: punta, mezza punta?

Il Mago Helenio è perplesso, inoltre teme che il peso del nome schiaccerà quel virgulto. Non ha fatto i conti con Sandrocchio, già parecchio sfrontato, si impone nelle partitelle, ma Helenio lo ha quasi scartato e sarebbe propenso a mandarlo in prestito al Como perché si formi, quando gli vengono a mancare gli attaccanti titolari e alla Favorita di Palermo, perso per perso, lo manda in campo. Sandro va bene, Helenio non dice niente, ha l'aria di scoraggiare il ragazzo, ma lui l'interessato sa, dentro di sé, che ormai ce l'ha fatta. Aveva già esordito in A, in una partita polemica (10 giugno 1961), quasi una farsa, nell'Inter ragazzi, contro la Juventus di Sivori e Boniperti. Boni giocava la sua 444 partita in A, Mazzola la sua prima; ma ne avrebbe giocate altre? Sarebbe riuscito a imporsi?

Non si poteva dire avesse doti speciali come tecnica, più destro che sinistro, più magro che solido, la sua forza nervosa sembrava destinata a doversi arrendere alla cattiveria umana.

Poi l'occasione, dopo la partita di Palermo, il 18 novembre 1962 Helenio lo manda in campo ancora contro la Sampdoria. Non è convinto. Sandrocchio lo convince con una prestazione maiuscola e un bel gol. Dovreste sentirlo dopo il match come abbindola i cronisti, come li esalta. Non si è ancora fatto crescere il baffo parlante, ma sa il fatto suo come nessuno. Prodotto squisitamente plebeo del pallone, uscito da un rovello psicologico tormentoso, con un patrigno che sostituisce un padre troppo grande, troppo vagabondo, cresciuto con un fratellino di lui più mite, ha queste rabbie e non inconsulte, che si traducono in parola materiata di sentimento. Il campo e i primi successi lo riscattano, lo trasformano. Nasce Sandrocchio Mazzola, un lampo di giocatore. Gli fa scuola in campo Luisito Suárez, il cui alato lancio esalta le qualità scattistiche del torinese. Mazzola è un fascio di nervi. Impossibile marcarlo quando si scatena sul pallone di Luisito. È fatta, è fatta. Gli dà una mano l'Inter tutta, che con Helenio va a vincere tre scudetti, nei frastuoni di una gloria anche televisiva, mondiale: 1963, 1965, 1966; è campione di Europa e del mondo, 1964, 1965. In una formazione che appartiene all'epica del pallone metropolitano (cito la squadra del '65: Sarti; Burgnich, Facchetti; Tagnin, Guarneri, Picchi; Domenghini, Suarez, Mazzola, Peiró, Corso), Sandrocchio è cresciuto a modello di campione, opposto a Giannino Rivera esemplifica i progressi tecnici e professionali del calciatore. Nell'anno del primo scudetto, arriva anche la Nazionale: con un fulgido successo sul Brasile. Ora tocca il cielo col dito questo ragazzo protervo, che parla sempre dopo e mai prima, che sa disporsi al lavoro con un'umiltà pari al suo stile di uomo.

Un fascio di nervi con una volontà caparbia che gli fanno inghiottire anche rospi; quando gli conviene non capisce, sta alla larga dalle polemiche che invece Armando Picchi, toscano focoso, va a cercare contro quel presunto Mago che come uomo vale zero; è l'opinione labronica di Picchi. Mazzola non si schiera né pro né contro. È possibilista. Il Mago li controlla anche quando escono la domenica mattina per andare in chiesa? Lui ride sotto il baffo che intanto si è fatto crescere, un baffo giovane, sardonico, inquieto come è lui. Basta guardarlo negli occhi neri e mobilissimi per capirlo.

Sono gli occhi del milanese adottivo aggiornato sull'unghia di tutti i modelli consumistici che vanno di moda. Mazzola, col suo lampo di scatto, è l'attaccante che si direbbe uscito dai grattacieli, esprime la nevrosi del tempo, l'ossessione che ti rosicchia il cuore, bisogna fare tutto in fretta, lui sul prato verde lo fa come nessuno.

Non si era mai visto a San Siro un attaccante cosi veloce. Ma forse, la sua partita più proverbiale la gioca una fredda sera di dicembre al Nep Stadion di Budapest, contro il Vasas, quando riceve un pallone di Suárez in area e ne scarta tre con un guizzo, anche il portiere; poi si ferma; gli avversari recuperano, anche il portiere; tutto lo stadio è gelato; anche Helenio in panchina; e finalmente si decide a tirare nell'angolino basso una sassata di tiro, con la freddezza surreale del suo gioco.

Me ne ha detto Furino: «Fin quando ha giocato più punta che centrocampista, è stato unico ed era impossibile fermarlo quando partiva. Meno male che poi, invecchiando, ha fatto riposare un poco anche noi, da regista è un'altra cosa».

Il piccolo Furia, voce della verità, sintetizza i due stili del campione; finché Sandro vive per il gol, in funzione dell'attacco, va a ingrandirsi anche in Nazionale; vi giocherà 70 volte, segnando 22 gol; ed in campionato, le sue partite saranno 417 con 116 gol. Non sto a dirvi che gol. Sarebbe come voler descrivere l'attimo fuggente, pure il più bello, l'insostituibile della partita di calcio; la sua anima; la sua ragione di essere. Anche la ragione di essere di Sandrocchio Mazzola, intanto sposo fortunato e padre di numerosa prole; una volta ha segnato un gol in tredici secondi; palla al centro e via, un brivido solo: gol. È successo il 24 febbraio 1963 in un derby: l'importanza di chiamarsi Mazzola, di essere Mazzola, questo brivido lungo di uno scatto che scalda tutti gli interisti; palla al centro ed è già gol.

Passeranno anni prima che si veda un attaccante perfino più dinamico (???, ndr) di lui nei movimenti tecnici, e cioè Diego Maradona. Ma restiamo a Sandro, prima che si ritiri ne passerà di tempo, anche se la definizione di quel notista inglese, che come calciatore sia stato artista e operaio, poeta e contadino, padrone e gregario, è demagogica. Come calciatore, in campo, è stato sempre artista e mai operaio; voglio dire che finché lo scatto l'ha sostenuto, è vissuto di quello e degli incalcolabili estri in spazi brevi; quanto al poeta e contadino, c'è da dire che ha avuto piuttosto il pragmatismo del contadino, ingenuo con la sua dialettica di baffo, riuscendo ad accontentare il cronista tal che lo soprannominai il baffo parlante, ispirandomi al grillo della favola collodiana. Quanto al padrone gregario, lo sarà soltanto nei rapporti con quel maestoso galantuomo di Ivanoe Fraizzoli, ma qui siamo già al dopo-Mazzola calciatore. Il calciatore è stato, a modo suo, un demiurgo nell'Inter. Abilissimo anche come sindacalista. Rispetto a un Facchetti più furbo, opportunista, anche arrivista, ma alla maniera del plebeo, la lealtà alla base di tutto, le armi dell'uomo che poi va a cercare in campo di imporle, mai fuori. Non fu un tempo facile, il lungo tempo di Mazzola giocatore: cresceva tutto a dismisura, cambiava totalmente l'Italia, il calcio era affare prima di tutto, lui definito mezzo, che ne faceva uno con Rivera da un cronista-scrittore abilissimo nella polemica; ma Sandro sempre per la sua strada, Ivanoe Fraizzoli, succeduto a Moratti, anche ispirato dalla propria moglie Renata, ne fece l'ideale di giocatore anche per dirigere fuori del campo. Perché in campo il regista era Suárez, ma nello spogliatoio nessuno batteva Sandrocchio e la sua furbizia toccasana, pure nelle risposte sempre garbate e spesso pepate a quell'altro campionissimo dell'allenatore-mago. Un campione non è più tale solo in campo; occorre una forte personalità; l'humus della cultura; e la sua parte seconda, di regista, vale poco nonostante certi sprazzi d'autore. E ogni tanto ricorda il padre con parole saggiamente evocatrici; perché da capitan Valentino ha preso la caparbietà del suo essere uomo; sempre quella grande mano l'ha guidato.

Si ritirerà colmo di allori; campione d'Europa con la Nazionale nel '68; vicecampione del mondo nel '70; quattro scudetti; e inizierà la carriera di dirigente addetto alla squadra della sua vita, affidandosi a un tecnico nostrano casareccio e contadino: (Eugenio) Bersellini. Una carriera meno brillante, se vogliamo, visto che è costretto a interromperla di brutto; e poi a Genova, con un presidente troppo naif, non riuscirà a riprenderla. E oggi si consola facendo il commentatore tecnico televisivo, con l'acume tecnico, il sorriso sardonico, del suo baffo ohimé brizzolato perché gli anni passano.

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