Sandro Mazzola
di Lamberto Artioli
I più grandi, Sonzogno, 1980
Il suo scatto era bruciante. È stato un grande attaccante, veloce di gambe e di cervello. Non esisteva difensore al mondo che potesse seguirlo. Avesse fatto lo sprinter, sarebbe stato accreditato di tempi di assoluto valore mondiale. Le sue migliori qualità erano l'agilità, i riflessi improvvisi, lo scatto in allungo, il dribbling e la battuta, specie di destro. Uno dei più famosi calciatori, Omar Sivori, disse di lui nel 1966: "È la più grande punta del mondo,' come dire, fuori dalla frase tecnica, la spina più "velenosa' e "insidiosa".
Sandro Mazzola, figlio di "capitan Valentino" morto nel 1949 nel rogo del Torino, approdò all'Inter e alla nazionale nei primi Anni Sessanta. Nato a Torino l'8 novembre 1942, Sandro con la madre Emilia, il fratello Ferruccio e il patrigno, subito dopo la tragedia di Superga si trasferì a Cassano d'Adda dove il padre era nato trent'anni prima. Torino aveva giustamente onorato e celebrato suo padre, ma s'era completamente dimenticato di chi era rimasto. Nell'hinterland milanese Sandro, col fratello Ferruccio, manifesta l'intenzione di seguire le orme del genitore. Con la protezione di un fedele amico di "capitan Valentino", Benito Lorenzi, e gli insegnamenti di Giuseppe Meazza, Sandro Mazzola cresce campione nelle fila dei ragazzi dell'Inter.
Sarà, questa, la sua squadra di sempre. Mi disse un giorno Meazza: "Quando me lo vidi arrivare in campo per cominciare gli allenamenti, Sandrino aveva soltanto 13 anni. Secco come un ombrello chiuso, non sembrava calciatore destinato a una grande carriera. Credevo di più nel fratello Ferruccio, più fantasioso. E invece si impose Sandro perché aveva più grinta e più forza di volontà: sacrificarsi per lui era un divertimento. Assomigliava, in questo, al padre. Badando soltanto al sodo e alla praticità, Sandro è diventato giocatore di livello mondiale. Secondo me è da considerarsi fra i primi cinque calciatori italiani di tutti i tempi".
Mi confessò lo stesso Sandro Mazzola: "Sono sei le tappe più importanti della mia vita. La prima: non essere passato dall'Inter al Como in serie B, nel 1961-1962, anche se a chiederlo ero stato io. Cambiare società avrebbe forse voluto dire perdermi per sempre nei labirinti dei giocatori senza patria'. La seconda: l'avere avuto maestri come Meazza e Suarez. La terza: l'incontro con Helenio Herrera. Fu lui a fare di me un giocatore moderno e un vero professionista. La quarta: la partita contro la Sampdoria del 18 novembre 1962 (segnai un gol e proprio da quel momento cominciò la mia vera carriera: era quella, infatti, l'ultima possibilità di riabilitazione che Herrera mi aveva concesso). La quinta: l'aver potuto contare, all'inizio della carriera, su un commissario tecnico azzurro come Edmondo Fabbri che aveva preferenza per i giovani. La sesta: avere avuto la fortuna di giocare nell'Inter, soprattutto in quella mondiale."
Il nome impegnativo di Mazzola avrebbe potuto anche "strangolare" le ambizioni di un ragazzo. "All'inizio della carriera," mi dice Sandro, "il fatto di avere questo nome e di doverlo quindi portare con dignità mi induceva spesso all'impegno estremo. Avevo deciso di fare il calciatore sul serio e non potevo comportarmi diversamente. Una grande spinta, in seguito, me la diede anche mio figlio. Desideravo moltissimo un maschio, dopo due femmine, proprio per poter riprendere fra mio padre e me quel rapporto affettivo che purtroppo era stato appena abbozzato. Guardando mio figlio, sentivo di essere anche più vicino a mio padre: era un riannodare i fili di un sentimento che sentivo dentro di me e che non potevo trasmettere a nessuno." Sandro è stato l'immagine vivente del puntiglio e dell'orgoglio del padre.
Debutta in serie A il 10 giugno 1961 al Comunale di Torino contro la Juventus e su rigore segna il suo primo gol nella massima divisione. Ha 19 anni. L'allenatore Helenio Herrera, in polemica con la Commissione d'appello federale che aveva respinto un ricorso dell'Inter per una precedente gara contro la stessa Juventus, schierò quel giorno i ragazzi della squadra nerazzurra e Sandro era stato addirittura eletto capitano. Da allora, Mazzola gioca in 17 anni altre 417 partite sempre nell'Inter segnando 116 gol. Per undici anni è pedina insostituibile nella nazionale azzurra nella quale gioca 70 volte realizzando 22 gol. Con l'Inter vince quattro scudetti (1963, 1965, 1966, 1971); è due volte campione d'Europa (1964 e 1965), due volte campione intercontinentale (1964 e 1965); è capocannoniere nel 1964-1965 con 17 reti alla pari con Orlando, è campione d'Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970.
Settantaquattro chili per 1,79 di statura, è stato autore di parecchi gol da antologia, come quello descritto più sotto dal telecronista della Svizzera italiana Giuseppe Albertini. Ma il suo capolavoro lo compì l'8 dicembre 1966 al Nep Stadion di Budapest nella partita di ritorno degli ottavi della Coppa dei Campioni contro il Vasas. Ecco come lui me lo descrive: "Su un lungo lancio di un compagno di squadra, arrivo velocemente al limite dell'area di rigore magiara: il nostro contropiede aveva 'saltato' quasi tutta la difesa. Il portiere, uscito alla disperata, tenta di togliermi il pallone tuffandosi tra i piedi, ma io lo evito spostandomi di parecchi metri sulla mia destra. Intanto, alcuni difensori rientrano di corsa nella loro area di rigore. Dribblo tre avversari uno dopo l'altro mentre altri due si presentano nell'area piccola. Sulla linea di porta, intanto, era ricomparso anche il portiere. Ho davanti a me ancora due del Vasas e l'estremo difensore che è proprio sulla linea bianca. Do un'occhiata in giro, vedo che non c'è alcun compagno al quale passare il pallone, sono 'costretto' a tirare in porta nell'angolino basso, è gol." A lui spetta inoltre il merito di avere segnato il gol più rapido di tutta la storia del nostro campionato. Fu il 24 febbraio 1963 contro il Milan: dal fischio d'inizio al gol di Mazzola passarono 13 secondi. Ha lasciato lo sport attivo il 22 maggio 1977, ultima di campionato.
Il suo talento naturale gli consentì di eccellere come contropiedista. Nato centravanti, la voglia di fare il regista gli aumentò a dismisura fino a creargli problemi con gli stessi compagni dell'Inter e della nazionale. Scrive Gianni Brera: "In nazionale, sotto certi aspetti, ha avuto grande fortuna e sotto altri non ne ha avuto affatto in quanto per il suo stesso eclettismo veniva sempre impiegato dove non c'era di meglio: prima da centravanti, poi da ala destra e da mezzala poche volte magari a mezzadria con Rivera, come ai mondiali del 1970 in Messico."
La coesistenza durata per anni col suo amico-nemico Gianni Rivera provocò fiumi di polemiche alle quali per temperamento Mazzola non si sottrasse mai. Ma quali rapporti esistevano tra i due? Mi ha detto Sandro di Rivera: "Con Gianni non siamo mai stati amici, soltanto colleghi. Neppure nei raduni della nazionale vivevamo insieme. Un saluto, un sorriso di circostanza, poi ognuno per la sua strada." Mi ha confidato Rivera di Mazzola: "Non è stato certo il rivale in un dualismo di cui tanto si è parlato. Né io né lui abbiamo tratto vantaggio da un antagonismo che sentivamo in misura molto minore di quanto si pensasse. Per me Mazzola era soltanto un collega, un giocatore che ho sempre ammirato e rispettato. Eravamo due calciatori che giocavano in due squadre diverse e con compiti diversi perché avevamo caratteristiche diverse. I miei rapporti con Mazzola sono stati gli stessi che ho avuto con almeno il venti per cento degli altri calciatori." Ha ribattuto Mazzola: "Non so proprio quanto sia stata positiva quella stra 'popolarità a due'. Anzi, secondo me, fu soltanto negativa. Ciò, tuttavia, non mi ha mai impedito di nutrire per lui una profonda stima."
Personaggio autentico, catalizzò entusiasmi e denigrazioni, Fu popolare e "potente" tanto che non in pochi lo definirono il "padrino" dell'Inter e per certi versi anche della nazionale. In campo, tuttavia, ha sempre onorato il suo ruolo di fuoriclasse con impegno e capacità fuori di ogni discussione. Nel 1971, quando nella corsa al "Pallone d'Oro" di "France Football" si classificò secondo alle spalle di Johan Cruijff, scrisse di lui uno dei componenti la giuria, il rappresentante inglese: "Sandro Mazzola, più dei pur brillanti Rivera e Corso, ha saputo adattarsi alle nuove esigenze tattiche del calcio: egli è artista e operaio, poeta e contadino. padrone e gregario."
Sandro Mazzola è stato il centravanti della "Grande Inter" e della nazionale facendosi apprezzare, nel ruolo, per doti di intelligenza, scatto e freddezza nel concludere. A differenza del padre Valentino, del quale ha saputo onorare sul campo il ricordo, non aveva il peso della mezzala. Gli tornò quindi difficile la successiva trasformazione da "punta" a uomo di centrocampo e di regia. Per questo lo ricordo soprattutto per la sua geniale invenzione in veste di giocatore dei sedici metri: resta memorabile ciò che gli riuscì di fare a Berna il 17 ottobre 1970, allo stadio Wankdorf, giocando in nazionale contro la Svizzera: un palleggio di sei tocchi nell'area affollata di avversari prima di aggiustare il tiro che nell'epilogo avrebbe salvato il risultato.
GIUSEPPE ALBERTINI
TV Svizzera. Lugano.
Di Mazzola mi piace ricordare due o tre cose. La prima, un titolo di Lino Rizzi, alla prima partita del nuovo campioncino, che diceva: "Un bagliore e Mazzola tornò in campo": e, dunque, il simbolo che lo ricollegava al suo grande padre, il mitico "capitan Valentino" della nostra giovinezza. Poi penso, nelle partite in cui l'ho visto cimentarsi, alla sua cifra di solido ma insieme fantasioso professionismo, all'onestà atletica sposata alla ricchezza dei mezzi stilistici, a un felice compendio di vivacità di scrittura calcistica e d'intensità d'impegno professionale. Se Rivera mi fa pensare alla poesia del calcio, Mazzola mi evoca la prosa: ma prosa intesa come globalità d'impegno, come dedizione generosa, come fedeltà alla casacca e orgoglio di rappresentare una bandiera.
Ricordo ancora una lunga conversazione ch'ebbi con lui in aereo, una volta che capitammo casualmente nella stessa coppia di sedili. In Mazzola riconobbi in quell'occasione il tipo dello sportivo nuovo: cosciente dei suoi diritti, desideroso di possedere una personalità più completa di quella evocata dal grande urlo della folla, ansioso di appartenere al proprio tempo. E allora credo sia stato ottimo calciatore proprio perché uomo intelligente e maturo. Nella sua ricchezza di temperamento e vigore di carattere io ho ritrovato, aggiornato agli Anni Settanta, quell'empito lirico, quel rapimento sentimentale che mi fecero piangere nel maggio 1949 quando persi il "Grande Torino".
GUIDO GEROSA scrittore, giornalista.
Direttore di "Epoca". Milano.
Quando lo vidi per la prima volta, così mingherlino e timido, pensai che - pur avendo davanti a sé molti altri anni per sviluppare il fisico - difficilmente sarebbe diventato un grande giocatore. Aveva gambe esili e un vocino che proprio non lasciavano intravedere l'uomo. Invece si è imposto all'attenzione mondiale grazie anche a una grande virtù: la volontà. Lo scatto bruciante e mozzafiato ha fatto di Sandrino una "punta" straordinaria. La sua freddezza anche nelle azioni più convulse ha il marchio "made in England". Io non gli ho insegnato molto. Gli ho dato solo qualche consiglio, il più importante dei quali è stato quello di essere sempre corretto in campo e fuori. E la correttezza, secondo me, è alla base del grande giocatore o di qualsiasi vero uomo di sport.
GIUSEPPE MEAZZA
53 volte nazionale azzurro.
Campione del mondo 1934 e 1938
(testo raccolto a Monza il 9 ottobre 1978).

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