RIVERA E MAZZOLA I DIOSCURI DI MILANO


di Gianni Brera
I MONDIALI DI CALCIO, Fratelli Fabbri Editori, 1974

Matura prima Giovannino Rivera, piccolo-borghesemente chiamato Gianni, anche se è nato dopo: fine agosto 1943. Alessandro Mazzola è di razza diversa e meno precoce. Nasce a Torino in piena guerra (1942). Padre di Giovannino è un ferroviere che sta quasi in campagna per risparmiare e, chissà?, anche per stare più a suo agio. L'estrazione è contadina. Avere un pollaio significa qualcosa sotto certi chiari di luna. E poi si avverte l'incedere delle stagioni. E la pergola abbarbicata alla ringhiera è votiva e sacrale come il fico all'ingresso della corte.

Padre di Alessandrino è un giocatore già celebre, Valentino Mazzola, abduano di pelle rossiccia e di capelli rameici. È piccolo e tozzo, ancorché morfologicamente vicino al longilineo: un nordico sbagliato. Ed è incerta e tardiva anche la sua maturazione atletica. Giochicchia all'Alfa - dov'è operaio - senza particolare fortuna. Prova per il Venezia, quando lo arruolano come marinaio, con i piedi scalzi del «barlafus», che è giusto la deformazione lombarda del Barrefuss tedesco, uno così malandato da non avere neppure zoccoli ai piedi.

Però la tempra è buona, e quasi subito esplode. E quando lo acquista il Torino gli pare di avere già abbastanza per prendere moglie. Non una principessa, come si può capire, perché l'orgoglio dei poveri è speciale: e piuttosto che incappare in un rifiuto umiliante si cerca magari sotto, ammesso che esista un « sotto» nella condizione sociale ed economica dei Mazzola.

Il ragazzino Sandro è gracile e ossuto. La famiglia non gli lesina amore ma si sgretola intorno a lui. Vede suo padre percuotere una donna considerata infedele. Sente di suo padre che ha rimandato lui, la m,adre e il fratellino Ferruccio al paesello in riva d'Adda originario dei suoi; che si è scelto una donna nuova; che è morto tragicamente a Superga nel pieno della gloria sportiva. Giovannino Rivera non lamenta complicazioni cosi sgradevoli in casa sua. La famigliola del ferroviere è ordinata ed economa. La razza è ligure-celta: quel tanto di mediterraneo che gli viene dai liguri garantisce precocità sorprendente. Il resto è dovuto a lui, a come l'ha fatto il buon dio. Un momento di rachitismo lo ferma su una dubbia normotipia. È quasi brevilineo, dato il rapporto fra gli arti e il tronco. Il bacino è un po' largo rispetto al torace. L'immediata propensione per il calcio peggiora le cose. Le gambe si fanno ipertrofiche; il torace rimane minuto. È tale tuttavia la coordinazione che ogni gesto risulta elegante, ogni atteggiamento armonioso come se lo ispirasse una musica. Non è necessario essere scienziati della pedata per intuire d'acchito che siamo di fronte a un eletto della Musa Eupalla. A quattordici anni, Giovannino passa per il gioiello d'un vivaio già celebre (per bontà di etnos e di insegnamento tecnico) nella storia del calcio italiano. A quindici anni Franco Pedroni lo lancia in prima squadra e lo assicura al suo Milan per pochissimi soldi. Lo porta a provare su un campetto dove si allena il Milan, a Taliedo. Il prodigioso ragazzino di Alessandria si trova a palleggiare senza impaccio fra calciatori che si chiamano Liedholm e Schiaffino. La partitella è guastata dal maltempo. L'acquisto viene confermato ma Giovannino ritorna a casa e vi resta un altro anno.

Per la prima di campionato riceve il Milan e aiuta clamorosamente Tacchi a infilarlo tre volte. Lo vedo allora: induco gli manchi lo scatto per essere vero centravanti.

L'estate seguente viene allestita la squadra olimpica e Rivera vi gioca da ala destra. È la prima volta che ufficialmente si impongono i difensivisti. Viani e Rocco sono alla guida della squadra. Rivera segna splendidi gol da fuori. E in autunno esordisce al Milan. Lo chiamano il bambino d'oro. È propriamente lo stucco ornamentale sul muro più grezzo ma consistente della squadra. Corre poco, entra malvolentieri a prendere rischi. Il suo stile è incantevole. Sivori incomincia subito a parlarne male: nessun dubbio che il ragazzo sia qualcuno! Lo scudetto viene rivinto dalla Juventus. L'anno seguente arriva anche Rocco, al Milan. Viani è malato. Rocco dice che il «bambin xe grande, però bambin». Lo scudetto ritorna alle maglie rossonere. In Coppa Campioni d'Europa, l'anno 1963, il Milan fa fuori il Benfica in finale a Wembley. I giornali inglesi parlano ammirati del Golden Boy. Nessuno l'aveva visto ai mondiali di Santiago (1962): eppure da un suo tiro era venuta l'unica palla-gol italiana contro i tedeschi (e sbagliata, vedi mo', da Sivori).

In Italia, bagarre polemica sul modulo da adottare: il campionato è sempre delle squadre con due terzini centrali (catenaccio), ma il qualunquismo dominante si oppone a che la sua sconfitta pratica abbia risalto ufficiale. Rivera non ha peso ma stile, non ha nerbo ma idee. Sarebbe un'ala destra d'appoggio senza eguali al mondo. Non vuole. Sarebbe un centravanti arretrato di grandi risorse inventive: non lo vogliono. Fa la mezz'ala e incanta e delude a metà. Buonissimo negli appoggi di rifinitura; scarso nei recuperi difensivi. Il suo tiro è forte, non potente. Il suo scatto è mediocre. In acrobazia, quasi nullo (al punto che sulle palle alte si ritrae a guardare l'avversario che «stacca » e potrebbe sbagliare...).

Dal 1962, il Milan non vince scudetti fino al '68. Il « bambino d'oro » è padrone della squadra e forse anche della società. Il suo rivale, dopo Sivori, si trova a essere Corso dell'Inter. E proprio all'Inter viene « sinteticamente » costruito Sandrino Mazzola, calciatore a furor di ricordi.

I ragazzini Mazzola sono magri e ossuti, con grandi occhi tristi: e l'equivoco della gente viene facilitato. Giocano, ho detto, a furor di ricordi. Li prendono a proteggere gli interisti. Benito Lorenzi li porta a Peppin Meazza, santone dell'allevamento. «Passa el ballon, cretinetti!», è il consiglio ricorrente del grand'uomo. Visto che gli impongono di pedatare, almeno potersi divertire. L'io pedatorio ingigantisce in Mazzandro per le sollecitazioni della gente. Dribbla esaltandosi: è una corrida incruenta (se si toglie qualche pedata): una continua rivincita sul destino dell'orfano. Anche in lui, Mazzolino, la cassetta è inferiore all'attrezzatura crurale e podistica. In più ha la fronte olimpica, un teschione che la dice lunga sugli atavici difetti della famiglia. Nel calcio sa tutto come uno assiduo alle lezioni teoriche e pratiche: ma non sempre capisce come dovrebbe (da qui il ricorrente «cretinetti » del scior Peppin).

Il padre putativo, intanto, vuole che vada a scuola, che si prenda un titolo di studio. Ragioniere, sarai. 

All'Inter è arrivato Herrera. L'Inter vince gli scudetti che erano della Juventus e del Milan. Mazzolino viene lanciato a sorpresa mentre lo stavano disfesciando in provincia, e precisamente all'Alessandria. La gente si commuove; Herrera gli dà una spalla che è come il carro armato per le fanterie a ridosso dei fili spinati: Milani. La Nazionale si spalanca per lui. E qui incontra Rivera. « Non è centravanti», dico di Mazzola a Fabbri. «Vero, ammette Fabbri: ma trovamene uno meglio». Mazzola non ha coraggio: non entra. Talora dà l'impressione di fuggire in avanti. Ha buono scatto, buon tiro: ma dribbla anche troppo, magari scappando, e non osa in acrobazia.

Scrivo di Rivera e Mazzola che sono due «grandi mezzi giocatori». Vengo esecrato dai milanisti, che adorano, un po' meno dagli interisti, che hanno altri amori. La spedizione ai mondiali 1966 fallisce per colpa di Fabbri e di Rivera (vedansi premesse polemiche): ma responsabili sono tutti. La prima e più limpida palla-gol di Italia-URSS è capitata a Mazzola in contropiede: il nostro ha tentato la randellata di esterno destro, come paura consiglia: ha colpito un cartellone pubblicitario sul tetto della tribuna popolare. Perdendo gli scudetti, l'ambiente interista incattivisce e degenera. Nel suo seno si costituiscono chiesuole. Mazzola ha contro un «padrino» a nome Corso. Il suo rendimento non è tale da asservirgli i tifosi entusiasti. 

Arrivano i mondiali 1970 e Rivera verrebbe battuto in breccia se non scatenasse uno scandalo a Città del Messico. La Federazione se ne spaventa. Accorre Nereo Rocco e convince Rivera a disfare la valigia ormai fatta. « Se te torni, te rovini». Rivera accetta di restare e la Federazione lo risarcisce inventando la «staffetta» fra lui e Mazzola. I difensori e i centrocampisti vorrebbero Mazzola perché corre, recupera, porta il tackle e conquista palla. Gli attaccanti (ma sono due!) vorrebbero Rivera perché li serve meglio: inventa per loro preziose rifiniture. Mazzola non è regista: è umile spalla di De Sisti: come tale si è imposto da interno nella finale di Coppa delle Nazioni d'Europa (Roma, 1968). Quando si avventa con la palla al piede, la molla solo se è marcia e inservibile: Riva e Boninsegna si seccano di venir presi per sponde (o puntelli di rilancio).

Durante la semifinale di Città del Messico con la Germania (Ovest, ndr), Rivera si comporta così male che i compagni - peraltro invidiosi del suo gol decisivo - ne impongono l'esclusione dalla finale. Valcareggi si inchina alla volontà dei «ragassi» e sbaglia della grossa. Lì per lì penso anch'io sia giusto escludere Rivera. Poi ci rifletto e debbo ammettere che qualche suo lancio, nel secondo tempo, avrebbe potuto cambiare un po' le cose: Riva e Bonimba aspettavano invano una palla decente da giocare e concludere...

La finale non viene propriamente giocata dagli azzurri: è persa quasi in partenza. Il ritorno in patria è tumultuoso. I tecnici arrischiano il linciaggio per non aver impiegato Rivera. Il solo osannato è Rivera, che ha segnato i due ultimi gol: il terzo per la Germania e il quarto per l'Italia. Il pallido prence mandrogno riceve gli osanna con cauta degnazione. I suoi compagni schiumano rabbia. I vice-campeões-do-mundo sciamano sulle patrie spiagge; il prence viene ospitato con un'amica nella colonia meridionale di Frate Eligio, una specie di moderno Savonarola al seltz.

Rivera e Mazzola sono rivali dichiarati per un equivoco. Si dice che non possano giocare insieme. Potrebbero benissimo, si completerebbero anche a meraviglia, ma ci sforma Mazzola se lo spostano all'ala, lasciando all'altro il compito di regia. Uno corre poco e l'altro fin troppo; uno pensa, l'altro se ne guarda. Unendosi come le due debolezze d'una volta, farebbero - come dice Leonardo - sorprendente fortezza. Insieme si avviano al tramonto atletico pieni di quattrini - dico miliardi! - e di fama spicciola. Questi mondiali saranno gli ultimi, se pure li finiranno. Le speranze dei loro tifosi sono tenui molto. Tengono la ribalta da quindici anni Rivera, da dodici Mazzola. Hanno dato fin troppo; e certo hanno avuto dal calcio molto più di quanto abbiano dato. Entrambi incarnano il tipo di prestipedatore italiano aggraziato e senza autentico nerbo atletico.
A pensarci, due ragazzini molto fortunati, beati loro.

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