FILIPPO GALLI: "Cosa voglio fare da grande? Il mio calcio del futuro"


11.
Cosa voglio fare da grande? Il mio calcio del futuro

Passi di
"Il mio calcio eretico"
Filippo Galli

La mia migliore giocata l’ho fatta quando avevo già compiuto cinquant’anni. Non sto parlando di un grande intervento difensivo, di un coast-to-coast, di un’apertura illuminante, quelli erano già un ricordo abbastanza lontano, ritrovabile in qualche videocassetta o nelle cicatrici impresse sulle mie gambe. No, la miglior giocata l’ho fatta alla fine del 2013 quando, con l’aiuto del mio amico Aldo, ho preparato un CD con una compilation di canzoni e l’ho regalato a Sabina. Ci eravamo conosciuti poco tempo prima da Davide, nella pizzeria Kon Tiki di Monza, di cui ero diventato un cliente abituale. Per me è stato un colpo di fulmine, e forse anche per lei, perché ci siamo messi insieme il 13 febbraio 2014. Oggi è il mio punto fermo, mi supporta e mi sopporta, mi ha anche dato un piccolo spazio del suo negozio MaMaison Rose, che vende abbigliamento femminile a Monza, per organizzarmi il mio ufficio. Sabina e io viviamo insieme con le sue figlie Giulia e Viola.

Intanto, con gli anni ho recuperato il rapporto con i miei figli, Tommaso e Simone, che inevitabilmente hanno sofferto la separazione di noi genitori, avvenuta durante la loro adolescenza. Oggi sono due ragazzi in gamba, di cui vado fiero. Simone, sposato con Giulia, ha un figlio di tre anni di nome Andrea, quindi io sono un nonno orgoglioso del mio nipotino. Quando erano piccoli, forse per proteggerli, non ho mai spinto troppo per farli entrare nel calcio. Tommaso ha cominciato da piccolo, ma non era molto interessato e ha mollato presto, ha sempre preferito le arti marziali. Simone ha giocato un po’ di più, ha fatto anche un provino per il Monza, ma la sua vera passione era il tennis.

Spesso mi sono imbattuto in genitori che mettevano eccessive pressioni sui figli, magari convincendosi di non farlo, creando in loro un’aspettativa eccessiva e quindi una gigantesca paura di fallire. Per evitare questo, non ho mai coinvolto troppo i miei, nemmeno quando giocavo. Li ho portati con me in campo alla festa per l’ultimo Scudetto, nel 1995-96, ma è stata un’occasione rara. In questo modo pensavo di tutelarli, però forse non mi sono mai interrogato fino in fondo su che cosa volesse dire, per loro, essere figli di un calciatore. Mi spaventava, mi spaventa tutt’ora chiedermi come e quanto il mio lavoro nel calcio abbia influito sulla loro crescita, sulla gestione delle loro emozioni, ma penso sia un tema da affrontare insieme. Anche perché sono sempre stato io a insistere tanto sull’importanza del dialogo con i ragazzi, dei momenti di confronto con loro e con le famiglie, per coinvolgere i genitori nella nostra idea di metodologia, per ribadire che l’errore fa parte del processo di formazione, e come tale dobbiamo accettarlo. Forse, quindi, devo accettare anche io di aver sbagliato alcune cose con i miei figli, e provare a rimediare.


Quando nel 2004, sei mesi dopo aver lasciato il calcio giocato, ho sentito di nuovo l’attrazione fatale del campo, ho chiamato Ariedo Braida e poi Adriano Galliani, che mi hanno nominato collaboratore tecnico della Primavera del Milan, allenata da Franco Baresi: come ai vecchi tempi, sono tornato al fianco del mio capitano. Dopo due anni con lui, trascorsi soprattutto a osservare e a immagazzinare informazioni e stimoli, dall’estate 2006 sono diventato capoallenatore della Primavera, fino al 2008. Ho lavorato con futuri professionisti come Antonelli, Paloschi, Darmian e Aubameyang, e ho chiuso due campionati di buon livello: il primo anno siamo arrivati secondi a due punti dall’Inter, il secondo anno quinti. Soprattutto, ho cominciato a testare le mie idee tattiche e metodologiche e a prendere confidenza nel lavorare con i giovani. Ho nel frattempo conosciuto Andrea Castellazzi, Andrea Maldera, Michele Cavalli, Giovanni Valenti e Nereo Omero Meloni, tutti preziosi nella mia crescita. Maldera oggi lavora nello staff di De Zerbi, è una persona solare e preparata, oltre che un grande amico. Suo zio Attilio mi ha affiancato invece nei primi passi da responsabile. Sono state esperienze importanti per il mio futuro da responsabile del settore giovanile, un incarico che ho ricoperto al Milan dall’estate 2009 fino al 2018, e in seguito ho lavorato come coordinatore del corso per responsabili di settori giovanili in FIGC e come responsabile dell’area metodologica al Parma.

L’unica stagione nel calcio dei grandi l’ho vissuta nel 2008-2009, come collaboratore nello staff di Ancelotti e Tassotti. Era l’ultima di Carlo come allenatore di un Milan in cui giocavano campioni come Maldini, Pirlo, Seedorf, Kaká, Ronaldinho, Pato, ed è stato un po’ come andare all’università, soprattutto per quanto ho imparato sulla gestione dei rapporti in un gruppo di calciatori così talentuosi e vincenti. Alla fine della stagione, Ancelotti mi ha chiesto di seguirlo al Chelsea, ma io mi ero già accordato con Galliani per diventare responsabile del settore giovanile del Milan e non me la sono sentita di rimangiarmi la parola data. Ogni tanto ripenso a come sarebbe andata la mia carriera se fossi rimasto con Carlo. La Premier League esercitava su di me ancora un fascino fortissimo, e magari avrei vinto altri trofei prestigiosi come collaboratore tecnico, però non rimpiango la mia scelta: lavorare con i giovani mi ha aperto la mente come poche altre cose al mondo.

Negli anni al Milan mi hanno dato responsabilità impegnative, ma mi sono tolto grandi soddisfazioni, e spero di aver avuto un impatto positivo sulla vita della maggior parte dei ragazzi, a livello calcistico ma soprattutto personale, umano. Mi è mancata, forse, la capacità di comunicare quanto stavamo facendo, di raccontare al mondo esterno la nostra idea, che rimane innovativa tutt’ora e lo era soprattutto dieci, dodici anni fa, quando abbiamo cominciato a parlare di complessità e di temi come la costruzione dal basso in un periodo in cui quasi nessuno lo faceva.

Alla scadenza del mio contratto con il Parma, nel giugno 2024, mi piacerebbe sperimentare di nuovo il nostro approccio metodologico in un contesto di buon livello, sempre con i giovani, magari lavorando anche con una Under 23 che accompagni davvero i ragazzi durante il salto nel calcio professionistico. Non so, però, se mi sarà data questa possibilità, perché c’è ancora molta resistenza rispetto a un pensiero divergente da quello dominante. Questo, probabilmente, è colpa proprio di chi, come me e miei colleghi, porta avanti queste idee: non siamo stati in grado di far capire che siamo in realtà molto più aperti al confronto di quanto sembriamo.


Nel mio calcio del futuro, quello definito eretico da qualcuno, riusciremo tutti a staccarci dalla comfort zone, dove tutto è sotto controllo, provando invece ad abbracciare il cambiamento, a guardare a teorie dell’apprendimento nuove, più sistemiche, sempre partendo dall’idea del calcio come contesto collettivo, basato sull’interazione tra gli individui.

Nel mio calcio ideale, sempre più settori giovanili partiranno da dentro il gioco, immergeranno i bambini nella complessità. Nel frattempo, giornalisti, opinionisti e addetti ai lavori si staccheranno dalle idee legate esclusivamente alla loro esperienza, saranno più aperti e più attenti, soprattutto quando parlano dei giovani. Capisco bene che la convocazione e l’esordio in Serie A di Camarda a 15 anni siano una notizia, ma non condivido la ricerca spasmodica dello scoop, la sovraesposizione esagerata. Spesso commettiamo l’errore di non considerare le incredibili pressioni a cui ragazzi come lui sono sottoposti e non siamo abbastanza sensibili da capire che aumentare ulteriormente queste aspettative non aiuta i giovani.

Nel calcio che vorrei, poi, daremo sempre maggior spazio alle ragazze. In Italia siamo ancora indietro perché siamo partiti in ritardo e perché il calcio femminile ha faticato a farsi accettare in un mondo di uomini. A livello di settore giovanile, soprattutto nei primi anni, non differenzierei i due movimenti e per entrambi seguirei la strada di un gioco più propositivo e relazionale, che dà i margini di crescita più grandi. L’approvazione del professionismo e l’entrata dei top club in questo mondo ha dato una prima spinta, soprattutto ai livelli alti, ora però bisogna continuare a investire energie e risorse partendo dal basso. Mi piacerebbe, a questo proposito, confrontarmi con le esponenti del calcio femminile.

Il mio calcio del futuro è aperto alla tecnologia, agli algoritmi e alle statistiche, a patto che siano usati come un supporto a una visione globale, sistemica, basata anche sull’esperienza diretta in campo. Sin da quando allenavo la Primavera, abbiamo cominciato a raccogliere i dati in maniera artigianale, con Andrea e Angelo come scout a bordo campo, per creare poi analisi mirate delle partite e delle prestazioni dei giocatori. Oggi l’intelligenza artificiale ci apre possibilità inesplorate, ma molto dipenderà dalla capacità degli esseri umani di utilizzarla nella giusta direzione. Può essermi utile, nell’ottica di giocare un calcio di possesso, sapere quanti palloni tocca un calciatore, quali zone del campo calpesta, dove indirizza i suoi passaggi, però al dato va correlata un’immagine, devo vedere come si muove il ragazzo, come si relaziona ai compagni. Prendete Sergio Busquets o altri giocatori simili a lui: guardando i dati potremmo criticarlo per un gioco troppo orizzontale, ma con il suo movimento e il suo eccezionale tempismo nei passaggi permetteva al compagno di superare le linee di pressione avversarie. Negli ultimi anni sono diventato brand ambassador della start-up Kama.Sport, una piattaforma all’avanguardia nella raccolta e nell’analisi dei dati nel calcio, elaborati in modo che possano essere utilizzati efficacemente dagli allenatori e dagli staff tecnici.

Come su molte altre questioni, anche su quella degli algoritmi e delle statistiche avanzate il dibattito si sta polarizzando tra chi li ritiene inutili (o dannosi) e chi invece li considera un vangelo. Ancora una volta, fatichiamo a muoverci nella complessità, a comprendere che un universo multiforme come quello del calcio non può essere tutto bianco o nero, che la complessità non la si spiega, ma la si vive, anche se a volte implica una perdita di controllo, una cosa che soprattutto gli allenatori spesso non sopportano. Per fortuna, aggiungerei, perché è questa sua natura eterogenea a renderlo il gioco più bello al mondo.

Proprio per questa bellezza, ho tuttora voglia di mettermi alla prova, di sperimentare, di scontrarmi per difendere la complessità del calcio. Sono legato a questo sport da quando avevo cinque anni. Ho giocato per vent’anni da professionista, ho vinto tutto con il Milan, sono stato allenatore, collaboratore tecnico, commentatore, responsabile dell’area metodologica e di settore giovanile, e tutte queste esperienze mi hanno fatto innamorare sempre di più del calcio. Forse quello che voglio davvero fare, superati ormai i sessant’anni, è semplicemente continuare a condividere con più persone possibili questo mio amore.

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