C’è ancora un po’ di LeBron: lascia i Lakers, non il basket


L'addio a Los Angeles dove giocava dal 2018 A 41 anni può unirsi ai Warriors di Curry o tornare a Cleveland

La Repubblica - mercoledì 1 luglio 2026
Pagina 41
ANDREA SERENI

Sarà che la sua è una continua sfida ai limiti, la ricerca della felicità che si trasforma in un gioco impossibile. L'agonismo sfrenato, vincere come unico credo. È questo ad aver spinto LeBron James a 41 anni a scegliere di andare avanti. Lascia i Lakers per correre verso quel quinto anello, gli stessi di Kobe Bryant, solo uno in meno di Michael Jordan. È quello il suo tarlo: l'etichetta unanime di Goat, il miglior cestista di sempre. Non si ritira, anzi raddoppia.

L'immagine della sua dolce ossessione l'ha condivisa lui sui social, in palestra alle 5 del mattino: «Go hard or go home», spingi o vai a casa. Ha già pronto il prossimo passo: raggiungere Curry ai Warriors e con lui recitare la sua personale Last Dance. Oppure tornare a casa, a Cleveland. Dove tutto è iniziato.

Resta l'uomo più potente nel basket americano. Magari lui a Los Angeles, dove gestisce il suo imponente giro d'affari, ci sarebbe rimasto ancora. Ma c'è chi dice che i Lakers avessero idee diverse. Così ieri – a poche ore dall'inizio della free agency – LeBron ha mosso le sue pedine. Il suo influente agente, Rich Paul, ha raccontato che era lui, James, ad aver deciso di proseguire la sua carriera altrove. Vado via io, non siete voi a cacciarmi. Il suo rapporto con LA è stato particolare. Arrivato dopo l'èra-Bryant, lì si è preso il suo quarto titolo Nba – nel 2020, seppur nella bolla di Las Vegas durante il Covid – lì ha vinto la prima Nba Cup, lì è diventato il miglior realizzatore della storia, superando Kareem Abdul-Jabbar. Ma la città, quella non l'ha mai conquistata. Nonostante numeri assoluti anche nell'ultima stagione (20,9 punti, 6 rimbalzi e 7 assist a partita). Più ombre che luci, con un ciclo vincente ipotizzato ma rimasto nelle bozze. Nebulosa la gestione del figlio Bronny, imposto ai Lakers: due giorni fa il rinnovo per 2,3 milioni di dollari è diventato garantito, 24 ore dopo LeBron ha annunciato l'addio.

Chissà, magari lo raggiungerà nella sua nuova avventura. Ha fatto sapere che non guarderà lo stipendio: cerca "felicità e una squadra che gli garantisca competitività". Tradotto: si accontenterà del contratto riservato ai veterani da 15 milioni. La destinazione più plausibile è Golden State, per una romantica reunion con Curry, il nemico amatissimo con cui si è divertito anche in nazionale. L'indizio che lo avvicina ai Warriors è l'ultima mossa di Draymond Green, che non ha esercitato l'opzione per allungare il suo contratto da 27,7 milioni di un anno. Resterà al suo posto, ma potrà firmare a cifre inferiori. E questo, in una lega in cui ogni franchigia ha un determinato spazio salariale, può far la differenza. I Warriors quindi, in cui formerebbe un quintetto base con Curry, Green, Butler e Porzingis. Un attempato dream team. E c'è pure chi ipotizza che al gruppetto si possa aggiungere Anthony Davis, a lungo spalla di LeBron a LA, oggi a Washington. L'alternativa più plausibile è un ritorno a Cleveland, casa sua: l'ultima corsa dove tutto è iniziato.

Certo in Ohio la convivenza con Harden non sembra semplice. Oppure Miami, teatro di due titoli: è molto amico di Pat Riley, presidente degli Heat (dove gioca Fontecchio, fresco di rinnovo annuale). La carta a sorpresa? Restare a Los Angeles, sponda Clippers, che hanno ceduto Leonard a Toronto. Si vedrà. Ma dovunque andrà, sarà guidato da un'unica ossessione: vincere. Nemici avvisati.

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