In Svezia sfida all’ultima scheda Ma l’estrema destra perde voti


(Ap/reuters)I due leader Magdalena Andersson, a sinistra, 
e Ulf Kristersson, a destra, ieri sera a Stoccolma dopo la chiusura dei seggi

Le coalizioni appaiate: avanti il centrosinistra con un vantaggio minimo 
Rimonta dei Moderati del premier Kristersson

14 Sep 2026 - Corriere della Sera
Irene Soave
DALLA NOSTRA INVIATA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luci rosse da balera, vetrate fronte lago, petali di rosa dappertutto e tasso alcolico sostenuto: la vàlvaka — la veglia elettorale — dei Socialdemocratici di Stoccolma è abbastanza scenografica e affollata per reggere come sfondo al dramma in molti atti dello spoglio dei voti, che lascia il Paese a un’impasse.

Ore 20, chiudono le urne, exit poll: boato della base, Magdalena Andersson è in testa col 28 e mezzo per cento. Male la destra di governo, i Moderati, male male i Democratici Svedesi. Ore 20.45, silenzio mesto, prime proiezioni: Socialdemocratici attorno al 27, meglio di prima i Democratici Svedesi, benone invece il partito Moderato di Ulf Kristersson, che sale al 20 per cento. Tartine skagen di consolazione. Ore 22, di nuovo applausi e urletti: è in testa la coalizione di centrosinistra.

Sì, ma è avanti di solo un seggio: le proiezioni daranno fino a tarda notte un testa a testa tra il blocco di centrodestra, che sembra poter ambire a 174 seggi al Riksdag, il Parlamento, e i partiti di centrosinistra che tutti insieme ne fanno 175. Alle 22:45 la radio pubblica svedese decreta che la differenza tra i due blocchi, centrodestra e centrosinistra, è di ventimila voti.

Non è l’unica differenza tra i due blocchi, né quella che pesa di più. Magdalena Andersson (Socialdemocratici, nelle ultime proiezioni alle 23.30 di ieri 27,9%) sconta l’essersi tenuta le mani libere per le coalizioni di un eventuale governo che presiederà: la sostengono cioè la Sinistra (8,1%), i Verdi (6,2%), i Centristi (7,1%) ma lei non ha blindato un governo con loro. Più saldo invece e programmatico il patto del Tidö — dal castello dove nel 2022 è stato siglato — che tiene insieme i Moderati del premier uscente Kristersson (19,8%), i Democratici Svedesi (17,7%), i Cristianodemocratici (6,3%) e i Liberali, che col loro 5,4% superano al pelo la soglia di sbarramento e vedono premiata la scaltrezza (o l’opportunismo) che ne ha guidato la campagna.

Il loro ruolo non è stato irrilevante. Partiti a ottobre annunciando che mai avrebbero sostenuto un governo con dentro i Democratici Svedesi, troppo estremi, e disponibili a interloquire a sinistra, a marzo hanno cambiato rotta: la leader Simona Mohamsson — figlia peraltro di un palestinese e di una libanese, cioè di quella che per i Democratici Svedesi «non è Svezia» — ha contattato privatamente il loro leader Jimmy Åkesson, e in pubblico lo ha abbracciato. Se il partito non l’avesse accettato, si sarebbe dimessa. L’impasse si deve dunque tanto alla capacità di convincere dei Socialdemocratici, che però vanno peggio che nel 2022, al carisma di Åkesson, ai risultati del quadriennio di Kristersson, quanto alla mossa del cavallo (*) dei Liberali, che molti speravano restassero fuori del Riksdag.

Anche il verdetto sulla legittimità dei Democratici Svedesi è sospeso: alla prima elezione dove si presentano come possibili membri del governo — Kristersson ha dichiarato che se vincerà li tirerà a bordo — sono andati benissimo o male? Negli exit poll erano il terzo partito; nelle proiezioni sono stati il secondo, poi di nuovo il terzo, e rispetto al 2022 (quando avevano il 20,5%) hanno perso almeno tre punti.


(*) Mossa del cavallo: nel gioco degli scacchi, il cavallo si muove a forma di "L". Questa mossa speciale gli permette di saltare sopra gli altri pezzi. È una mossa imprevedibile che rompe gli schemi normali. Si usa anche in politica per indicare strategie coraggiose e di svolta.

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Magda, «grigia socialista» in lotta con l’onda nera Stretta su asilo e sicurezza per tornare al governo

È stata la prima donna premier, ha portato Stoccolma nella NATO

14 Sep 2026 - Corriere della Sera
Dall’inviata a Stoccolma Irene Soave
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Undici mesi, tra novembre 2021 e ottobre 2022, definiscono più di tutti la statura politica di Magdalena Andersson, acclamata «Magda» dai sostenitori e dai detrattori additata come gråsosse, cioè «grigia socialista», un po’ tecnocrate, una Olaf Scholz o una Gordon Brown col caschetto platino. Per la sua formazione di economista, con studi a Harvard e voti massimi; per i suoi sette anni da ministra delle Finanze; per la serietà libresca che le fa dire nelle interviste alla radio svedese «non distinguo tra Tom Hanks e Brad Pitt», e risultare contemporaneamente la figura politica che gli svedesi ritengono più affidabile (lo è per il 46%); per la distanza tra le sue posizioni economiche, decisamente socialdemocratiche, e il rigore su tutto il resto, a cominciare dalla politica migratoria.


Undici mesi: nei quali Magdalena Andersson non solo è stata la prima donna a guidare il governo in Svezia, un Paese in cui le donne fanno quasi tutto eppure nessuna, a cent’anni dal suffragio universale, era stata ancora premier. Ma soprattutto ha avviato l’adesione della Svezia alla NATO, interrompendo due secoli di non allineamento.

L’adesione effettiva avvenne nel 2024 sotto Ulf Kristersson, ma la scelta politica la prese «Magda», alla guida di un monocolore socialdemocratico che aveva appena 100 deputati su 249, dopo la defezione dei Verdi di pochi mesi prima. Seguì, poco dopo, l’invio di armi all’Ucraina, altro passo storico per la Svezia, che dal 1939 non inviava armi a Paesi in guerra.

Nel 2015, anno-spartiacque della politica migratoria svedese, è ministra delle Finanze e approva subito un bilancio extra per l’accoglienza di 162 mila richiedenti asilo; poi però aderisce alla svolta della sinistra, che porta a un accordo multipartitico per chiudere le frontiere. «Abbiamo cambiato una politica migratoria insostenibile». Da allora ne invoca sempre una «restrittiva»: una linea che somiglia a quella della danese Mette Frederiksen. Mostra così di aver preso sul serio le riserve dei 4 elettori socialdemocratici su 5 che già nel 2018 approvavano la stretta sull’immigrazione: e di non volerli lasciare alle sirene dei Democratici Svedesi, vere primedonne della campagna elettorale.

Una campagna che Magdalena Andersson — simbolo elettorale: una rosa rossa — ha dovuto giocare quasi tutta di sponda. Come le politiche migratorie del Paese, l’intero dibattito è stato dettato dai Democratici Svedesi, partito di ultradestra antimmigrazionista seguito con grande attenzione dalla stampa internazionale, dopo la vittoria dell’AfD in Germania. La coalizione di centrosinistra, che lei guida, era partita con un vantaggio del 10% sul «blocco del Tidö» di centrodestra; una settimana dopo l’altra, il vantaggio si è assottigliato, tanto che fino all’ultimo è sembrata addirittura possibile una sconfitta (anche alla cauta «Magda», che alla festa elettorale dei Socialdemocratici ha tardato un bel po’ a presentarsi). E il 27,9% delle proiezioni di ieri sera è comunque meno del risultato dei Socialdemocratici alle elezioni del 2022, che persero. Ma è in ogni caso il 27,9%: in quest’epoca quasi un voto da partito di massa vecchia scuola.

Per le coalizioni, se fosse incaricata di formare il governo, Magdalena Andersson si è tenuta carta bianca: potrebbe esplorare un governo di larghe intese con i Moderati dell’uscente Ulf Kristersson, che ha passato la campagna elettorale a darle dell’«inconsistente», della «teorica», della tiranneggiata dalla sinistra. Oppure potrebbe allearsi con i suoi amici naturali, Verdi e Sinistra, che però in passato hanno dato instabilità ai governi socialdemocratici, compreso il suo.

Secondo alcuni analisti, invece, potrebbe persino guidare un governo di minoranza da sola. Lo ha già fatto, ed è passata alla Storia.

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«Su migranti e accoglienza il Paese è cambiato»

14 Sep 2026 - Corriere della Sera
DALLA NOSTRA INVIATA I. Soa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

«La Svezia si è a lungo pensata, ed è stata percepita, come una superpotenza morale: accogliente e munifica entro i confini, e fuori disposta a investire fino all’1% del PIL in aiuti. Una reazione alla connivenza sostanziale avuta con la Germania nazista. Ma ora le cose sono cambiate, e non all’improvviso». Lars Trägårdh, storico dell’università di Uppsala, ha pubblicato per il governo uscente un rapporto sul canone culturale svedese: cento voci da Pippi Calzelunghe a Ingmar Bergman, dall’Ikea allo stato sociale. «Il contratto sociale qui è sempre stato: se lavori sei un cittadino, se paghi le tasse hai dei diritti. La base era la fiducia. Il welfare non era per i poveri, come altrove, ma per tutti i contribuenti».

- Perché parla al passato?

«Il sistema ha funzionato finché abbiamo avuto un’immigrazione basata sul lavoro. Fino agli anni ’70 c’erano immigrati, molti italiani, che venivano per lavorare e volevano assimilarsi».

- La Svezia ha avuto una grande cultura dell’asilo.

«Sempre per espiare le colpe della guerra, la Svezia accolse migliaia di immigrati dal Libano, dall’Iran, dall’Iraq, dal Cile. Erano colti, impegnati, si inserirono bene. Negli anni Novanta arrivarono dai Balcani; coi siriani e gli iracheni si pose anche il tema dell’islam. Venivano come rifugiati, a migliaia; non c’erano lavori né case per tutti, e non si assimilavano. Il 2015, con la crisi siriana, è il punto di non ritorno di un processo iniziato prima».

- Qui inizia l’avanzata dei Democratici Svedesi.

«Erano i soli a dire che l’assimilazione non era ben gestita, che non funzionavano bene i corsi di lingua e di lavoro. Nel 2015 anche la sinistra firmò un accordo di larghe intese per chiudere di fatto i confini».

- Hanno spostato a destra l’agenda politica?

«Non hanno idee così di destra. Non sono come AFD in Germania, non vogliono smantellare lo Stato, sono a favore degli aiuti all’Ucraina. Non c’è motivo per averne paura. E non riapriremo più le frontiere nemmeno coi socialdemocratici al governo».

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