BOUILLONNANT
Tadej Pogačar (al centro) potrebbe conquistare il suo quinto Tour de France
se il suo grande rivale Jonas Vingegaard (a sinistra) gli concedesse l’occasione.
Quanto a Paul Seixas (a destra), a 19 anni potrebbe dare del filo da torcere ai più esperti.
Tadej Pogačar è il grande favorito della 113ª edizione del Tour de France, il suo regno, dove cercherà di eguagliare il record di cinque vittorie, contro il suo rivale di sempre Jonas Vingegaard e l’elettrizzante Paul Seixas, la cui prima partecipazione fa salire l’entusiasmo di qualche grado.
POGACAR, FORZA 5?
4 luglio 2026 - L'Équipe
ALEXANDRE ROOS
BARCELLONA (ESP) - È successo due anni fa, quindi sembra ieri. Il Tour de France si apprestava a partire da Firenze, sotto gli volti pallidi dei dipinti rinascimentali. Il nome «Paul Seixas» era stato menzionato solo una volta su queste pagine, tre settimane prima, nascosto nel mezzo di un articolo che non gli era nemmeno dedicato. Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard erano in parità (2-2) nella loro sfida sul Tour de France, e il danese aveva il sopravvento poiché aveva schiacciato lo sloveno nelle ultime due edizioni. Una rivoluzione era in atto, silenziosa. Si erano appena accesi diversi fuochi: quello della rivincita che ardeva in Pogacar, che non avrebbe mai più concesso un metro al suo rivale sulle strade di luglio, e quello ancora vacillante che avrebbe presto catapultato Paul Seixas nel mondo dei grandi, dove non sarebbe più passato un giorno senza che si parlasse di lui. Queste due rivolte si incontrano per la prima volta in un Tour de France, che ne risulta ancora più incandescente, per misurare la loro rispettiva forza, consapevoli che solo una delle due potrà, alla fine, sopravvivere. Ci piacerebbe sapere a che punto saremo tra due anni, alla partenza da Reims, cioè domani, ma prima di ciò questa mattina affiora la sensazione contraria di una permanenza e di uno sconvolgimento, ancora sotterraneo, una lava che ribolle, si ingrossa e la cui eruzione, sebbene imprevedibile, non è per questo meno inevitabile.
La Sagrada Familia personale di Pogacar,
un tempio incompiuto ma che si avvicina all’assoluto
La continuità è incarnata da Tadej Pogacar e dal suo riaffermato gusto per le acconciature discutibili, quell’immagine di giovane stravagante che coltiva, inconsciamente o meno, e che testimonia il rifiuto di crescere troppo in fretta, di sancire la fine dell’infanzia che tutti abbiamo cercato di ritardare, di abbracciare pienamente il campione implacabile che è diventato. Una sorta di distacco intimo su cui rimane in silenzio, perché parlarne significherebbe rendere le cose troppo serie.
Una schizofrenia che ritroviamo nella stanchezza psicologica che ha lasciato trasparire l’anno scorso nella terza settimana, in un raro momento di permeabilità emotiva, mentre non c’è nessuno migliore di lui nel soddisfare i fan e mandare in delirio la folla, come ancora giovedì sera durante la presentazione delle squadre. Si notava solo lui con la sua maglia arcobaleno, i capelli giallo pappagallo e i suoi buffi occhiali fluo, elementi che distoglievano l’attenzione da quella mascella dai contorni netti come tagliati con un taglierino, i lineamenti raffinati del viso, la silhouette emaciata, che sono altrettante promesse di pomeriggi sanguinosi e di uno scenario a senso unico che tutti temiamo di intravedere in questa prima parte di stagione, ancora più terrificante di tutto ciò che aveva realizzato fino a quel momento.
Per quanto gli organizzatori abbiano tracciato un percorso destinato a mantenere la suspense, con Pirenei addolciti, regna una fatalità: quella che il doppio campione del mondo potrà fare ciò che vuole, aspettare le Alpi per sbaragliare tutti e liberarsi fino ad allora del peso mentale, così come conquistare la maglia gialla già stasera dopo la cronometro a squadre – forse la giornata più delicata, poiché dipenderà maggiormente dagli altri – e mantenerla fino alla fine. Continua a costruire il capolavoro della sua carriera, aggiungendovi nel tempo qualche ornamento, la sua personale Sagrada Familia, un tempio incompiuto ma che si avvicina all’assoluto e al quale vorrà offrire, tra tre settimane, il record eguagliato di cinque vittorie al Tour de France, al fianco di Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain.
Vingegaard e Seixas farebbero bene a considerarsi
alleati se vogliono nutrire la speranza di battere Pogacar
La novità e lo sconvolgimento sono invece incarnati da Paul Seixas, che ha il compito di inserirsi in questo duello tra Pogacar e Vingegaard che domina il Tour de France dal 2021. Si intuisce che il francese sia inferiore allo sloveno, soprattutto su un percorso di tre settimane che sta scoprendo per la prima volta, ma già superiore agli altri, che lo preoccupano sempre meno ogni volta che li incrocia sulla strada: Juan Ayuso, Florian Lipowitz, Isaac Del Toro, persino Remco Evenepoel, che non smetterà mai di abbaiare né di lottare, ma il cui stile «diesel» in montagna è troppo limitato per far fronte alla tempesta che sta per abbattersi. Si sa meno riguardo a Vingegaard, poiché quest’anno non si sono affrontati, e il danese arriva in forma smagliante, galvanizzato dal successo al Giro d’Italia che non gli è costato granché. Del resto, il francese e il danese farebbero forse bene a considerarsi prima di tutto alleati piuttosto che avversari, se vogliono nutrire la speranza di battere Pogacar.
Al di là di questi rapporti di forza, Seixas dovrà fare i conti con il nuovo contesto di un grande Giro e con la dinamica negativa che lo accompagna da tre settimane, oltre alla caduta subita al Tour Auvergne-Rhône-Alpes, ma sembra pronto a tutto e non deve sentire alcuna pressione: questa lo opprimerà solo quando avrà qualcosa da perdere. E chi lo segue, lo sostiene, lo osserva attentamente rischia di cedere prima ancora di lui, tanto è dilagata la follia collettiva di fronte alla possibilità di vedere in lui un futuro vincitore del Tour. Con poche vittorie, Seixas ha trasformato nella mente della gente un sogno in una sorta di certezza futura, grazie al suo talento e ai suoi risultati, naturalmente, mai visti prima in un corridore di 19 anni – il più giovane al via dal 1937 –, e non si parla solo dei francesi, ma anche dell’impazienza e dell’irrazionalità di un’epoca che non si preoccupa più di sfumature o precauzioni. Come se fosse necessario vivere le cose in anticipo, e si spera che ciò non attenui la gioia quando il sogno si concretizzerà.
Seixas ha portato alla luce qualcosa di sepolto,
l’idea che il Tour abbia bisogno dei corridori francesi
Quel che è certo è che la speranza non è mai stata così forte da quasi quarant’anni, così tangibile, che la mancanza è immensa dal 1985 e che Paul Seixas ha risvegliato qualcosa di sepolto. L’idea che il Tour de France non indichi solo una geografia, ma che il Tour abbia bisogno dei corridori francesi. Non per sciovinismo, anche se, siamo onesti, c’è anche un po’ di nazionalismo di bassa lega in questo amore nascente per lui, ma perché l’anima della corsa è legata al suo territorio, ai suoi abitanti, a questo radicamento, e si respira qui e in nessun altro luogo allo stesso modo. La fioritura di Seixas esalta tutto questo. Quel qualcosa di impalpabile, di indescrivibile nell’atmosfera del Tour che tutti riconosciamo in modo innato. Quel momento che ci emoziona ogni inizio luglio. Il brivido che riconosciamo quando sta per coglierci.
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