10 anni in ginocchio


GIULIA ZONCA 
La Stampa - Lunedì 31 agosto 2026
Pagina 37

La maglia numero 7 si abbassa e quasi sparisce in una scena affollata in cui tutti hanno un posto, ma non c'è più un ordine. Un marine a fare schermo, fotografi appostati e una schiera di gente che guarda avanti con la mano sul cuore: in mezzo non c'è Cristiano Ronaldo assediato dalla curiosità, ma Colin Kaepernick accerchiato dall'attesa. È il primo settembre 2016 e Kaepernick, giocatore di footbal americano dei San Francisco 49ers, si è appena inginocchiato durante l'inno americano.

Il gesto ha segnato lo sport e il suo ruolo sociale, ha creato discussioni, costruito sostegno, scatenato performance, smosso coscienze, destato imbarazzo, caricato dibattiti e dieci anni dopo resta un atto di coraggio. Quando Kaepernick decide di appoggiare il ginocchio destro a terra, non sa che la partita poi giocata a San Diego sarebbe stata una delle ultime da titolare. Era un quarterback, il mestiere che negli Usa si sogna da bambini, il ruolo che dal college ai quarant'anni definisce il successo e se sei abbastanza bravo puoi campare di rendita.

Di immagine e di immaginario: il leader delle squadre più pagate, l'uomo che trascina, realizza in un sistema che diventa Paese. Piazzare lì in mezzo una scheggia di dissenso non era previsto, tanto che quando Kaepernick ci ha provato la prima volta non se ne è accorto nessuno. Il tentativo numero uno risale al 16 agosto di quell'anno. Il futuro attivista rientra da un infortunio, non è in formazione e il fatto che non si alzi durante l'inno passa inosservato. Il 21 agosto ci riprova, è destinato alla panchina e non si schioda di lì, pur senza richiamare scatti inizia a ricevere domande. «Non ti abbiamo visto in piedi sulle note di "The Star-Spangled Banner"», «Non vedo perché dovrei rispettare un Paese che non si prende cura di tutti allo stesso modo. Ci sono corpi per le strade e io non posso girarmi dall'altra parte». Il quarterback infrange la liturgia, da perno di una favola che si ripete sempre uguale a se stessa a chiodo in fronte. Un golpe.

Il sistema, tradito, lo ignora, finge che non sia successo nulla e spera che non ricapiti, ma all'uscita successiva di Kaepernick la California è pronta a catturare la protesta. Kaepernick, invece di restare seduto per la terza volta, si inginocchia. E ancora sta idealmente lì.

In quell'istante smette di essere l'uomo nel ruolo dei desideri e diventa la persona con cui schierarsi o confrontarsi. Sostenere o contrastare. Era dal pugni alzati di Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico dei 200 metri a Messico 1968 che un campione non prendeva una decisione così e in precedenza solo Ali, con il rifiuto di arruolarsi, aveva creato tante reazioni a catena. Kaepernick ha suscitato incomprensioni e innescato manipolazioni. Ha parlato per venti minuti dopo quella partita, allora, complice guai fisici, aveva concorrenza in squadra, dopo ha avuto solo guai.

Non si è schierato perché si è sentito a fine corsa: qualsiasi imitazione abbia poi logorato l'intento, l'idea originale è stata pura genuinità. Necessità di una persona cresciuta in una famiglia adottiva ed educata allo scambio: Kaepernick è figlio, non biologico, di una coppia che ha perso due neonati per complicanze e non si è mai posta il problema di un bambino che non somigliava a loro. Casa senza afrodiscendenti, scuola a maggioranza simile, quartieri con una percentuale limitata. Proprio per questo, Kaepernick è convinto del valore dell'uguaglianza a prescindere dalle origini.

Nella sua infanzia e adolescenza era l'abitudine, poi inizia a girare il mondo da giocatore, negli anni in cui si sviluppa il movimento Black lives matter e lui si rende conto di essere fortunato. Di dovere a mamma e papà e al proprio talento una considerazione non garantita.

Si è detto che il suo gesto ha avuto lo stesso effetto dei pugni guantati del 1968, ma non è vero. È successo l'esatto opposto: nelle settimane e nei mesi successivi a quel primo settembre, si sono inginocchiati in tanti. Lo hanno fatto in diversi sport. È diventato un rito. Si metteva in discussione il gesto, non il danno. Le federazioni hanno dato il permesso per gestire educatamente l'elemento di rottura. La NFL si è stufata di averci a che fare. L'atto, depotenziato dalla rivolta ha circolato per anni per poi essere dismesso. È entrato, di sfuggita, anche nello spogliatoio dell'Italia del calcio agli Europei vinti nel 2021. Giusto l'inizio di un ragionamento stroncato in partenza, a prescindere dalle decisioni.

Non è stata la fine, solo la trasformazione di un gesto gentile capace, grazie alla sua natura, di generare un nuovo corso. Senza inginocchiarsi e con le stesse intenzioni.

Vinicius, l'attaccante del Real Madrid, oggi dice «Sarò l'ultimo». L'ultimo bullizzato per razzismo. E non è ancora vero, eppure non è più come prima: perché qualcuno si è messo in ginocchio e ha fatto tremare il campo che c'era sotto.

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