ADIEU FIGNON Professor ciclismo


Ieri, alle 12.30, nell’ospedale Pitié-Salpetrière di Parigi, è morto Laurent Fignon. Aveva 50 anni. Lo scorso anno gli era stato diagnosticato il cancro. Aveva continuato a lavorare come commentatore in tv e alla radio al Tour 2010

Era di Parigi: diventò famoso per gli occhiali da intellettuale. Fino all’ultimo non ha voluto rinunciare a un bicchiere di vino

Un cancro s’è portato via il campione parigino, che vinse anche due Sanremo. Moser: «Era speciale»

Battuto dal cancro: vinse 2 Tour, 2 Sanremo e il Giro ’89
Dopo la beffa dell’84, Fignon vinse il Giro ’89

1 Sep 2010 - La Gazzetta dello Sport
MARCO PASTONESI
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Sala-stampa del Tour de France 2010: un palazzetto dello sport. Fuori, pioggia e camion. Dentro, confusione e disordine. Seduto, lui: Laurent Fignon. Aspettava. Al Tour, «il Professore» commentava le tappe nello studio tv di France 2, camicia azzurra come divisa societaria, occhialini da miope come riconoscimento personale. In sala-stampa non lo si vedeva mai, semplicemente perché aveva tempi diversi dai nostri: la mattina lui andava al traguardo, noi alla partenza. Però, poi, il pomeriggio, lo vedevamo sui 16 schermi che affollavano la sala-stampa. Lo vedevamo e, soprattutto, lo ascoltavamo, lo sentivamo. Una voce rauca, che sembrava raschiare il fondo dello stomaco, dell’intestino, dei polmoni, del pancreas dove ormai da più di un anno il cancro aveva moltiplicato le sue abitazioni. Una voce bruciata, cavernosa, arrugginita. Una voce che sembrava venire da qualche centinaia di chilometri sotto terra, o da qualche centinaia di anni di lontananza. In tv Fignon intuiva, spiegava, prevedeva. Il ciclismo era stato la sua vita. Ne sapeva.

Tappi di sughero 

Un corridore nato a Parigi è una rarità: come un alpinista hawaiano o come uno sciatore del Rwanda. Il 12 agosto 1960, alle 3.10 del mattino, all’ospedale Bretonneau, ai piedi di Montmartre, 3,2 chili e 52 centimetri: Laurent Patrick Fignon. Più cresceva, più si agitava. A scuola: un mezzo disastro. A quel tempo lui e la sua famiglia erano già a Tournan-en-Brie, nella grande periferia della capitale. Calcio, pallamano, atletica, pallavolo, poi anche bici. Ce n’era una, in casa, apparteneva a papà: ed era da corsa. Invece la prima bici da corsa di Laurent a 15 anni: una Vigneron restaurata dal padre. Gli amici lo prendevano in giro: perché, in fondo alle pieghe del manubrio, non c’erano due chiusure cromate, ma due tappi di sughero.

Precoce 

Per farla breve: primo tesserino nel 1976, nel 1979 già professionista, da lì 15 anni sulla strada con tanto di due Tour, un Giro, una Freccia Vallone, due Sanremo, fino alla Ruta de Mexico vinta nell’anno dell’addio alle corse. Era il 1993, in fondo «il Professore» non aveva che 33 anni. Anni dopo avrebbe confessato di aver preso cortisone e amfetamine, meno di tanti altri in quegli anni di «doping libero», e comunque acqua minerale rispetto alle sacche di sangue, ai cocktail di ormoni, alle bombe di anabolizzanti.

Non amatissimo 

Un corridore amato, ma non amatissimo dai suoi francesi. Forse perché nel primo Tour vinto i suoi due principali avversari erano stati battuti da una spalla rotta (Pascal Simon) e dall’antidoping (Joop Zoetemelk). E forse perché nel secondo aveva sconfitto un romanzo popolare come Bernard Hinault. Ed è passato alla storia anche per due sconfitte, tutte e due l’ultimo giorno, tutte e due a crono: al Giro ’84 bruciato da Francesco Moser a Verona, al Tour ’89 da Greg LeMond per 8". Nel ciclismo Fignon è rimasto: prima come organizzatore della Parigi-Nizza, poi come commentatore, anche come autore dell’autobiografico Quando eravamo giovani e spensierati. Nelle tappe piatte e lunghe, raccontava, si divertivano ad alzare il braccio, invocare l’assistenza meccanica e poi cronometrare quanto tempo ci avrebbe messo l’ammiraglia a dribblare le altre macchine e arrivare fino a loro. Da un anno Fignon non era più né giovane né spensierato. Ha cominciato a lottare, giorno dopo giorno, in una corsa a tappe che cercava di rendere, se non infinita, almeno la più chilometrica possibile. Con chemio e radioterapie. Con ottimismo e volontà. Senza rinunciare a quel bicchiere di vino, buono, che gli è sempre piaciuto. Fino a ieri. Ha staccato il numero, e si è ritirato. 

Le parole giuste 

Che avesse i giorni contati, lo sapeva lui e lo sapevamo anche noi. E quando ci capitava di vederlo, e di parlargli, venivamo quasi paralizzati da quella normale, umana, solidale e affettuosa incapacità di trovare le parole giuste, o almeno di evitare quelle sbagliate. Così quel giorno, in quella sala-stampa del Tour, Fignon aspettava. Forse aspettava che finisse la pioggia fuori stagione. O forse aspettava una parola giusta. O forse aspettava di sapere quanto mancasse al traguardo. Mica tanto.

***

TRIONFI E AMAREZZE

LA CLASSICISSIMA - Fignon ha vinto per due volte la MilanoSanremo: nel 1988 battè Fondriest, l’anno dopo (nella foto) Maassen e Baffi 

FINALMENTE IN ROSA - Si era legato al dito la sconfitta al Giro 1984, perso da Moser nella crono finale. Nel 1989 trionfò su Giupponi e Hampsten 

TOUR ’89, LA DELUSIONE - Podio finale del Tour 1989: a sinistra Fignon, a destra Greg LeMond. L’americano beffò il francese nella crono di Parigi per 8"

L'ULTIMO ABBRACCIO - Laurent Fignon abbracciato a Bernard Hinault all'ultimo Tour: spono ancora loro gli ultimi re francesi della corsa

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Moser ricorda: «Quel Giro, una battaglia epica»

1 Sep 2010 - La Gazzetta dello Sport
CIRO SCOGNAMIGLIO
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Emozione, commozione, rimpianto. Sentimenti, pensieri, parole. La morte di Fignon ha scosso tutto il mondo del ciclismo. E non solo.

Francesco Moser: «In quel famoso Giro 1984 combattemmo dal primo all’ultimo giorno. Quando lo vidi correre per la prima volta, capii subito che aveva qualcosa di speciale».

Gianni Bugno: «Fummo compagni di squadra nel finale della sua carriera. Era stato un mio idolo, e anche se avevo vinto il Giro d’Italia, lo guardavo sempre con un po’ di soggezione».

Gigi Stanga: «Sono stato il suo ultimo team manager, alla Gatorade. Stupiva per la grande professionalità e il rispetto che aveva per tutti». 

Nicolas Sarkozy (presidente francese): «Ha commentato l’ultimo Tour con una passione intatta e una forza sovrumana, dimostrando di saper affrontare la battaglia più difficile. Ha dato una lezione di dignità, coraggio e umanità».

Greg LeMond: «Un uomo unico e uno dei migliori corridori degli ultimi 40 anni. Era riservato, ma aveva una gran testa. Sul podio del Tour 1989 stavo male per lui».

Andrei Tchmil: «Abbiamo corso insieme per anni. E’ terribile che la malattia l’abbia portato via in così poco tempo. Perdo un grande amico».

Jean Marie Leblanc: «Non era solo un campione, ma anche una persona molto intelligente».

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