EROI DEL PAVÉ
Qualcuno resiste ancora in sella, gli altri proseguono spingendo la bicicletta:
è il "Muro di Grammont", l'ultima micidiale rampa di pavé prima
del traguardo durante l'edizione 1992 del Giro delle Fiandre
Liegi-Bastogne-Liegi, Freccia Vallone ma soprattutto il Giro delle Fiandre. Una corsa massacrante, scandita da cadute e ritiri sulle salite rese viscide dalla pioggia. Una sfida dove oggi come ieri solo i fuoriclasse del pedale possono vincere ed entrare nella leggenda. Come il "Leone delle Fiandre" Fiorenzo Magni e il campione di tutti i tempi Eddy Merckx
di Roberto Copello
MERIDIANI - Bruxelles e le Fiandre
Anno 15 N. 106 - marzo 2002
Vento freddo e tagliente. Acquazzoni gelidi e violenti. Nevischio oppure grandine (e non si sa che cosa sia meglio). Salite brevi ma ripidissime (i famigerati "muri" delle Ardenne, come il Bosberg o il Quaremont). Strade di fango scivoloso o lastricate di micidiale pavé. Si capisce perché, a proposito delle classiche belghe di primavera, si parli sovente di "Inferno del Nord". Gent-Wevelgem, Liegi-Bastogne-Liegi, Freccia Vallone, soprattutto Giro delle Fiandre: per i ciclisti professionisti sono le gare più dure. Alle quali si aggiunge, a fine stagione, la lunga Parigi-Bruxelles (dal 2013 Brussels Cycling Classic, ndr). Corse per atleti veri, dove la selezione causata dal percorso e dagli elementi atmosferici è impietosa. All'arrivo spesso giungono solo trenta o quaranta corridori su duecento partiti: gli altri sono stroncati prima, dal freddo, dalla fatica o semplicemente dalle forature. Se tutto ciò non basta, in vista dell'arrivo c'è il Muro di Grammont, il "Muro" per antonomasia, la terribile rampa che per i cavalieri delle due ruote è peggio di un drago medievale: tanto ripida che a volte qualcuno scende di sella e se la fa a piedi.
A scorrere gli albi d'oro di queste corse si trovano i nomi dei più grandi campioni. Italiani e francesi compresi, anche se le classiche belghe sono state quasi sempre monopolio dei corridori locali, più avvezzi degli altri a soffrire il clima e le strade di casa. Qui sono state scritte pagine fra le più epiche di uno sport che i belgi hanno nel sangue, tanto da farne lo sport nazionale. Basta ripercorrere la storia della più classica delle classiche belghe, la Ronde van Vlaanderen, o Giro delle Fiandre, per rendersene conto. A inventarlo fu nel 1913 Karel Van Wynendaele, giornalista ed ex (mediocre) corridore. Ammiratore di gare come la Parigi-Roubaix e la Parigi-Bruxelles, volle organizzare qualcosa di simile nelle sue Fiandre. Per la prima edizione previde un percorso massacrante di ben 330 chilometri, tale da obbligare i 37 iscritti a transitare per ogni regione fiamminga e ogni città importante. Negli anni Trenta, quando non lo si organizzò più lo stesso giorno della Milano-Sanremo, ma una settimana dopo, il Giro cominciò ad assumere rilievo internazionale. Van Wynendaele riuscì a farlo disputare anche sotto l'occupazione nazista, il che gli valse accuse di collaborazionismo. Ma solo con l'edizione del 1948, grazie a un'accorta politica capace finalmente di attirare i campioni italiani e francesi, la Ronde diventò una classica del pavé degna della Parigi-Roubaix. Il pavé in quegli anni era davvero infernale. Gli organizzatori faticavano meno di oggi a scovarne tratti nella campagna fiamminga, e obbligavano i corridori a percorrervi anche un terzo della gara lunga molti più chilometri di oggi. Ma soprattutto allora il pavé non era fatto di cubetti tagliati a regola d'arte, ma di pietre sgrezzate grossolanamente e collocate in maniera irregolare. Era come pedalare su un tetto di tegole sconnesse: le forature erano frequentissime e le cadute rovinose, soprattutto in caso di cattivo tempo (cioè quasi sempre). Tutti allora cercavano di pedalare ai bordi delle strade, lungo una sottile striscia sterrata che con la pioggia diventava un viscido nastro ideale per un capitombolo nel fossato sottostante.
Le imprese più leggendarie, nel Giro delle Fiandre, sono state scritte proprio quando le condizioni meteo furono particolarmente infami. Come nel 1950 e nel 1951, quando Fiorenzo Magni ripeté il successo del 1949 realizzando una tripletta consecutiva mai ripetuta da alcun ciclista, e che gli valse il soprannome di "Leone delle Fiandre". Prima di lui la classica fiamminga era sempre stata vinta da belgi, tranne nel lontano 1923 quando s'era imposto uno svizzero (Heinrich "Heiri" Suter, ndr). Dopo Magni, solo Eric Leman e Johan Museeuw, entrambi belgi, hanno trionfato tre volte, ma non in fila (Leman, oggi grossista di prodotti igienici, ha fatto scrivere sul suo biglietto da visita: "Vincitore del Giro delle Fiandre nel 1970, '72 e '73"; Museeuw nel 1993, 1995 e 1998). Tra i vincitori figurano campioni come i belgi Schotte, Van Steenbergen, Van Looy, Simpson, Godefroot, Roger De Vlaeminck, il francese Bobet, il tedesco Altig, l'olandese Kuiper. Ci sono gli italiani Zandegù, Argentin, Bugno, Bartoli, Bortolami (poi Andrea Tafi 2002, Alessandro Ballan 2007, Alberto Bettiol 2019, ndr). E c'è anche, naturalmente, il più vittorioso e probabilmente più grande corridore di tutti i tempi, Eddy Merckx: per lui due vittorie e tre terzi posti.
Fu proprio il "Cannibale" (come veniva chiamato per sottolinearne la fame insaziabile di vittorie) che nel 1969, nel gelo e nella pioggia, realizzò una delle più grandi imprese mai viste sulle strade e sotto il cielo di Fiandra. A meno di 24 anni, Eddy aveva già vinto quasi tutto, imponendo ovunque (in linea e a tappe, in salita e in pianura, a cronometro e persino in volata) l'implacabile dittatura del "merckxismo". Gli mancava la più importante corsa del suo Paese. A -70 chilometri dall'arrivo, stufo di tirare un gruppo di 22 corridori, tanto intimoriti (o stremati) che nessuno di essi osava dargli il cambio, Merckx si disse: "Se devo fare tutto il lavoro io, tanto vale che lo faccia da solo". Così prese il volo. Tagliò il traguardo con 5 minuti su Felice Gimondi, "primo degli umani" come si diceva in quegli anni, e con 8 minuti sul gruppo regolato allo sprint da Marino Basso. Merckx si ripeté nel 1975, dopo 104 chilometri di fuga assieme al connazionale (Frans) Verbeeck, staccato con facilità a meno sei chilometri dal traguardo. Quando, a fine 1977, si ritirò dopo 13 stagioni ai vertici aveva vinto 525 gare su 1.800 disputate, fra cui 3 campionati mondiali, 5 Tour de France, 5 Giri d'Italia, 7 Milano-Sanremo, 3 Parigi-Roubaix, 5 Liegi-Bastogne-Liegi, 3 Freccia Vallone. In più, aveva stabilito uno stratosferico record dell'ora, percorrendo quasi 50 chilometri: a tutt'oggi, nessuno è riuscito a tanto con una bicicletta normale. Al Giro delle Fiandre va ricordata anche l'impresa di Eric Vanderaerden nel 1985: sotto il diluvio, nonostante una foratura a -75 chilometri dall'arrivo, il belga riuscì a rimontare, a passare quindicesimo sul temibile Koppenberg, a riprendere l'olandese Kuiper e a staccarlo sul Muro di Grammont, involandosi verso il trionfo. E ringraziando poi il tempo infame: «Se ci fosse stato il sole», disse Vanderaerden, «e la corsa si fosse disputata a gran velocità, non sarei mai riuscito a rimontare dopo che avevo bucato».
Era questa la legge delle classiche del Nord. Solo negli anni '90 la prepotente (e chiacchierata) evoluzione del ciclismo ha cambiato le carte in tavola. Lo sport delle due ruote si è fatto pazzescamente atletico, l'ombra del doping getta dubbi su ogni prestazione, l'asfalto ha rimpiazzato il pavé anche nelle strade secondarie, i chilometraggi sono diminuiti e, per di più, un'inattesa clemenza meteorologica ha mantenuto il cielo azzurro con frequenza quasi preoccupante. Così le medie orarie sono divenute stratosferiche (Bortolami nel 2001 ha vinto il Giro delle Fiandre a 43,580 km/h; Tadej Pogačar nel 2025 addirittura a 44,99 km/h, ndr), gli arrivi in volata non sono più un'eccezione, e negli albi d'oro i corridori stranieri sono ormai numerosi quanto i belgi. Ci vorrebbero un Magni o un Merckx, per riproporre l'epica di una volta. Ma forse è solo questione di tempo. Tempo atmosferico, ovviamente.
Campioni di oggi e di ieri: il corridore belga Frank Vandenbrouke,
vincitore nel 1999 della classica monumento Liegi-Bastogne-Liegi.
Il mito del ciclismo Eddy Merckx nella sua fabbrica di biciclette a Bruxelles.
Indimenticabile la sua vittoria nel 1969 al Giro delle Fiandre: a settanta chilometri
dal traguardo staccò tutti arrivando cinque minuti prima di Felice Gimondi.




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