Una questione che scotta: la frattura interna tra fiamminghi e valloni
Lo statista vallone Jules Destrée, forte sostenitore della diversità tra Vallonia e Fiandre.
Fu lui a scrivere al re Alberto I: “Signore, i belgi non esistono”*
PRIMO PIANO
di Giuseppe Josca
MERIDIANI - Bruxelles e le Fiandre
Anno 15 N. 106 - marzo 2002
Politica - Bruxelles ha un primato di cui nessun’altra capitale può vantarsi. Molti Paesi vi sono rappresentati infatti da tre ambasciatori: alla Corte del re nella sua qualità di capo dello Stato, alla NATO che qui ha il suo quartier generale, e presso l’Unione Europea di cui la città può considerarsi la culla, perché l’ha vista nascere, e ora ne ospita le maggiori istituzioni.
Insomma Bruxelles centro cosmopolita, affacciato sul mondo del Duemila che guarda a un futuro basato sull’integrazione. Ma anche simbolo di un paradosso in quanto capitale del Belgio, cioè di una nazione che sembra andare controcorrente a causa del suo conflitto etnico.
Da una parte vi sono i valloni francofoni, che vivono nella parte sud-orientale del Paese. Dall’altra, al Nord che si affaccia sul mare, i fiamminghi di ceppo neerlandese e tedesco. Numericamente i due popoli si equivalgono, con una leggera prevalenza dei fiamminghi, 6 milioni contro 5 milioni e mezzo. Ma quasi tutto il resto sembra dividerli, la lingua, la storia, le tradizioni, l’economia (si è detto “quasi” perché fortunatamente tra i due popoli non esiste la divisione cattolici-protestanti, essendo i belgi rimasti fedeli alla Chiesa di Roma). Si guardano con un certo distacco fin da quando, più di duemila anni fa, da queste parti arrivarono i legionari romani. Attraverso i secoli la rivalità non si è mai spenta, e hanno dovuto tenerne conto i politici e i partiti succedutisi al potere dal 1830, l’anno di nascita del Belgio come oggi è conosciuto.
La disputa ha raggiunto a volte livelli di tensione così alti da far credere che una scissione fosse inevitabile. “Signore, i belgi non esistono”, scriveva nel 1912 al re Alberto I lo statista vallone Jules Destrée, uno dei sostenitori della “diversità”.
Qualcuno ha definito il Belgio “una nazione provvisoria”; altri, recentemente, hanno evocato lo spettro della Jugoslavia e dell’Irlanda. Su questo terreno minato sono saltati un paio di governi, e i politici si sono mossi con grande circospezione. Quando primo ministro era Wilfried Martens (per quasi 13 anni, dal 1979 al 1981 e dal 1981 al 1992, ndr), il quotidiano Le Soir pubblicò una vignetta per illustrare il “fermo atteggiamento” del premier sul problema della spartizione. A un elettore che gli chiedeva che cosa ne pensasse, Martens rispondeva: “Non sono a favore o contro”. Non per nulla è il premier che detiene il record di durata nella carica. A far crescere la tensione ha contribuito negli ultimi decenni il mutamento del quadro economico. La Vallonia si è impoverita per la crisi delle sue miniere di carbone e della siderurgia, le Fiandre si sono arricchite puntando sulle industrie moderne e la tecnologia. Alla fine, tra alti e bassi, fiamminghi e valloni – anche se tra loro non c’è mai stato vero amore – hanno fatto un matrimonio di convenienza, a dispetto di quanti sentenziavano “un buon divorzio è meglio di un cattivo matrimonio”. La svolta cominciò dieci anni fa, con l’avvio di una ampia riforma costituzionale che si proponeva di dare maggiori poteri alle tre regioni: le Fiandre, la Vallonia e il territorio di Bruxelles, considerato una specie di zona franca, una piccola “isola” neutrale tra i due litiganti, dove il bilinguismo non è ritenuto un’eresia, e la presenza di una forte ed eterogenea comunità internazionale contribuisce a smussare le rivalità etniche di casa.
Le riforme riconoscono più autorità ai consigli regionali in vari settori, lavori pubblici, scuola, agricoltura, trasporti, energia, ambiente. I pessimisti ammoniscono: è solo una tappa verso la separazione. Ma questa è una profezia ripetuta tante volte che pochi ci credono ancora.

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