HONNEUR-DAVID NON HA PAURA
La «Congo Week» rompe il silenzio
Storia di un giornalista indipendente rapito e torturato per il suo lavoro nell’est del Congo occupato dall’M23. «Ho scelto di restare anche per incoraggiare i miei colleghi a non mollare»
Il Manifesto - Mercoledì 21 ottobre 2026
Pagina 20
Nell'est della Repubblica Democratica del Congo la rassegnazione è un lusso che quasi nessuno può permettersi. Non dopo che intere generazioni hanno imparato a crescere tra il crepitio delle armi e il silenzio imposto da chi detiene il potere con la forza. E ci sono uomini, come il giornalista Honneur-David Safari, che continuano a rifiutare di abbassare la testa di fronte a un potere illegittimo, anche quando quel potere ha già conquistato le strade della loro città.
QUANDO, NEL FEBBRAIO 2025, i ribelli dell’M23 entrarono a Bukavu, Honneur-David era già da tempo capo redattore del media indipendente La Prunelle. Da anni la sua penna era schierata dalla parte delle minoranze e della giustizia. Ma con la fuga precipitosa delle FARDC (Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) dal Nord e dal Sud Kivu, i media indipendenti sono stati messi a tacere. «Per i primi dieci mesi non è stato possibile lavorare.
Poi c’è stata una ripresa graduale, cauta» racconta.
Il 28 dicembre 2025, in una di quelle sere in cui il lavoro non vuole finire, Honneur-David è rimasto più tardi del solito in ufficio: stava completando un rapporto urgente destinato ai partner belgi. «Quando finalmente sono uscito per comprare il pane ai miei figli racconta - ho sentito immediatamente di essere osservato.
Così ho preso un boda-boda una di quelle moto-taxi che evitano il traffico più facilmente ma poco dopo un’auto mi ha tagliato la strada. Mi hanno puntato contro le pistole e costretto a salire in macchina. Un secondo prima avevo mandato un messaggio a mia moglie, dicendole di essere in pericolo». A quel messaggio, per tre giorni, sarebbe seguito il silenzio.
DI QUEL VIAGGIO Honneur-David non ricorda quasi nulla. Si è svegliato in un ambiente chiuso, insonorizzato, dove ogni tentativo di far sentire la propria voce sembrava assorbito dalle pareti. «Quando ho ripreso coscienza, sono cominciati gli interrogatori. Lunghi. Estenuanti. Continuavano ad accusarmi di scrivere contro il loro operato e di collaborare con Néné Bintu Iragi», la presidente della società civile che, dopo aver denunciato pubblicamente l’infiltrazione ruandese nell’est del Congo, è stata costretta a cercare rifugio politico in Burundi. Lei è riuscita a scappare. Lui no. E quella mancata fuga gli è quasi costata la vita. Nei giorni successivi lo hanno spostato ripetutamente da un luogo di detenzione all’altro. Da una delle celle, attraverso una fessura, riusciva a intravedere il lago Kivu: «Mentre fuori i miei rapitori negavano di avermi in custodia, riuscivo a pensare solo a una cosa: quando mi avrebbero ucciso».
Per l’M23 prelevare civili dalla strada è quasi una pratica ordinaria: li costringono ad arruolarsi oppure abbandonano i loro cadaveri lungo le vie della città ore o giorni dopo. Ma il rapimento di un giornalista noto ha scatenato una mobilitazione nell’opinione pubblica. «Il mio lavoro - afferma - è stato sia la causa del rapimento sia la ragione della mia salvezza. Se non fossi stato un giornalista, mi avrebbero ucciso sicuramente.
È in corso fino al 24 ottobre la Congo Week 2026: eventi in diverse città italiane per «denunciare e rompere il silenzio sulla guerra che dall’ottobre 1996 ha provocato milioni di vittime nella Repubblica democratica del Congo», spiegano gli organizzatori. L’iniziativa, che si svolge da 19 anni, si inquadra nella campagna internazionale di sensibilizzazione Break the Silence. Gli attivisti denunciano una «guerra economica» mossa dai grandi interessi legati a risorse minerarie strategiche per le tecnologie - anche militari - di ultima generazione.
Tutti gli eventi in Italia sul sito di Insieme per la pace in Congo.
Quella stessa settimana è stata rapita un’altra persona. Pochi giorni dopo hanno ritrovato il suo corpo senza vita. Nel mio caso, probabilmente, hanno temuto le ripercussioni».
ALLA MORTE È SCAMPATO. Alla tortura no. Il terzo giorno, prima di liberarlo, lo hanno spogliato completamente. «Volevano umiliarmi. Quando obblighi una persona a stare nuda di fronte a te, mentre la deridi, non la stai soltanto privando del proprio pudore. Stai cercando di strapparle la dignità». Alla tortura psicologica è seguita anche quella fisica. «Hanno preso un coltello, ne hanno scaldato la lama e me l’hanno conficcata più volte nella coscia. È stato il loro saluto prima di gettarmi sul ciglio di una strada».
Dopo essere stato liberato, Honneur-David ha dovuto affrontare non solo le ferite lasciate dai coltelli, ma soprattutto quelle invisibili. Ricoverato in ospedale, ha iniziato a cercare un sostegno psicologico.
«Quegli eventi mi hanno segnato così profondamente che oggi faccio fatica a concentrarmi su molte cose. Ho bisogno di un percorso psicologico per poter continuare». Le conseguenze sono ancora presenti: mancanza di concentrazione, stress costante e la sensazione che per strada qualcosa possa accadere in qualsiasi momento. Nel periodo successivo ha cercato sollievo nell’alcol. Anche la famiglia ha vissuto quei tre giorni come un incubo. I bambini chiedevano alla madre se il padre fosse morto e se lo avrebbero seppellito. Quando è tornato a casa, il trauma non si è dissolto. Ogni ritardo, ogni assenza, ogni rumore strano riaccende la paura. «I giorni dell’evento sono stati difficili, ma quelli che sono seguiti lo sono stati ancora di più».
OGGI DICE di non avere quasi più paura: sa che il peggio può ancora arrivare, ma a differenza di dicembre scorso si è preparato. Nonostante tutto, ha deciso di restare: «È qui che si trova il mio lavoro. Se dovessi partire, partirei solo per tornare e continuare. Non posso abbandonare i colleghi che volevano mollare per non subire la mia stessa sorte. Resto per non far arrendere neanche loro».
Honneur-David e i suoi colleghi cercano di dare spazio ai messaggi di pace, ma non rinunciano ai temi scomodi, scegliendo con estrema attenzione ogni espressione. «In questo contesto ogni parola conta. Noi abbiamo rifiutato di tacere. Anche se è stato necessario adattare il nostro linguaggio - perché un attacco diretto sarebbe troppo pericoloso - la popolazione comprende i nostri messaggi».
In molti, racconta, vivono nella paura e fingono di accettare l’attuale regime. Si sentono abbandonati da Kinshasa, incapace di liberare le zone occupate.
L’M23, dopo aver ripreso le armi nel 2022, ha conquistato vaste aree del Nord e Sud Kivu nel 2025, mentre le FARDC si sono ritirate in modo disordinato e precipitoso. La preoccupazione, però, non riguarda solo il contesto attuale: «Se un giorno l’M23 se ne andasse, temo che possa esplodere una rabbia contro chi è stato percepito come loro sostenitore. È pericoloso per la convivenza pacifica».
DEL RESTO, NELLO SGUARDO di Honneur-David, c’è la consapevolezza di chi vede il proprio popolo solo intento a sopravvivere. In un contesto in cui la giustizia è diventata arbitraria, qualsiasi accusa può essere causa di violenza: se vuoi risolvere una contesa personale, è sufficiente denunciare qualcuno di essere un dissidente e i ribelli lo uccidono; tuttavia, se ti sottometti completamente all’M23, corri il rischio di essere aggredito da chi invece vuole combatterli. Così, mentre la violenza è talmente pervasiva da impedire la fiducia anche verso chi subisce la stessa sorte, l’occhio lucido del giornalista indipendente è un bene sempre più raro.

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