Il «Corriere della Sera» e Berlino 1936 - L’Olimpiade di Hitler che illuse il mondo a tre anni dall’abisso


Furono i Giochi di Jesse Owens, l’atleta che in meno di un’ora cambiò per sempre lo sport e non fu snobbato dal Führer (una leggenda, ha ricordato lo stesso velocista: «Piuttosto mi snobbò Roosevelt»). Così il quotidiano novant’anni fa si entusiasmò per i trionfi italiani. Un colossale in divisa, più che in tuta

26 Jul 2026 - Corriere della Sera / La Lettura
Di DOMENICO CALCAGNO
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1876-2026

«Ore undici. Finalmente un po’ di vero sole nel cielo di Berlino»: inizia il racconto dell’Olimpiade dell’inviato Emilio De Martino sul «Corriere della Sera» del 31 luglio 1936, novant’anni fa. «Nella grande strada Unter den Linden, sfilano per tre duecento atleti in camicia azzurra e berrettino bianco al comando del generale Vaccaro». È il primo atto della spedizione italiana: portare una corona di fiori sul monumento ai caduti tedeschi della Prima guerra mondiale. Il pubblico, racconta il «Corriere», applaude gli azzurri, che chiudono la cerimonia con il saluto romano.

Non è stata, l’undicesima, un’Olimpiade come tante altre. È stato il primo kolossal a cinque cerchi, che ha cambiato la liturgia stessa dei Giochi. La staffetta che porta la fiamma da Olimpia alla sede delle gare venne introdotta dai tedeschi e mai più messa da parte (Rudolf Schilgen, mezzofondista biondissimo e laureato in Ingegneria, fu il primo tedoforo ad accendere un braciere olimpico). Cambiamenti in un mondo che stava per cambiare, un mondo che marciava a passo spedito verso l’apocalisse di un’altra guerra mondiale. A Stoccolma, nel 1912, ultima Olimpiade prima della Grande Guerra, l’aria era molto diversa. Erano gli ultimi anni della Belle Époque, una stagione di ottimismo e progresso, di fiducia e di grandi novità: il cinema, l’automobile, l’aeroplano. Berlino ha regalato grandi gare (e grandi successi per lo sport italiano), sempre sullo sfondo dell’esibizione di muscoli e di efficienza della nuova Germania. Dalla Belle Époque al nazionalismo. Dentro un’abbondanza di divise più che di tenute ginniche. E le squadre erano, più o meno volontariamente, simili a spedizioni militari. Gli azzurri obbedivano al generale Giorgio Vaccaro, che era anche presidente della Federcalcio, la più importante del mondo perché all’epoca, con due Mondiali (1934 e 1938) e l’oro a Berlino, il Brasile eravamo noi.

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Il Comitato olimpico internazionale (Cio) assegnò i Giochi alla Germania il 13 maggio 1931, quando il Paese era una repubblica democratica e Adolf Hitler non era ancora cancelliere. Nel 1933 cambiò tutto, Hitler conquistò il potere e molte nazioni chiesero al Cio se non fosse il caso di cambiare la sede dei Giochi. Alcune pensarono al boicottaggio. Lo stesso Führer, titolo assunto nel 1934, non sapeva che farsene dell’Olimpiade. Sapeva però benissimo cosa poteva diventare un’Olimpiade il suo ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, che diventò il regista di un’operazione perfettamente riuscita. Affidò il racconto dell’evento a Leni Riefenstahl e organizzò le prime dirette televisive (nelle piazze, la tv non era ancora diffusa nelle case). Si preoccupò, ovviamente, di nascondere tutto quello che non si doveva sapere, a cominciare dalla persecuzione degli ebrei: dopo i sedici giorni dei Giochi (dall’1 al 16 agosto) il successo fu talmente grande che il «New York Times» scrisse: «I Giochi hanno ridato alla Germania il suo posto tra le Nazioni e un volto di nuovo umano».

Fu un abbaglio collettivo che colpì anche il «Corriere». L’Olimpiade per l’Italia fu trionfale, ma anche tutto il resto sfiorava la perfezione. Il «Villaggio era civettuolo, i prati morbidi e fioriti. Gli atleti uno spettacolo di bellezza e gioventù. Ogni casa aveva il nome di una città e il generale Vaccaro si era preoccupato di far mettere in ogni camera una foto del re e una del duce». Il giorno dopo l’inizio dei «ludi olimpici» in prima pagina il «Corriere» titola sugli italiani che «sfilano superbamente» nel magnifico stadio da 100 mila posti insieme agli altri 49 Paesi mentre nel taglio si legge: «Il duce in Romagna». Il patto d’acciaio non era ancora stato siglato e Mussolini ai Giochi di Berlino non mise piede, lasciando spazio in prima e nelle pagine di sport a Umberto, il Principe di Piemonte che non si perse una gara dei nostri.

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Lo spettacolo nel grande stadio è subito eccezionale, il 2 e 3 agosto si corrono infatti i 100 metri di Jesse Owens. A Berlino non arrivò da sconosciuto, il 25 maggio 1935, al Ferry Field di Ann Arbor, Michigan, il ragazzo di Oakville stabilì tre nuovi record del mondo e ne eguagliò un quarto in 45 minuti: i più grandi tre quarti d’ora mai visti nello sport. Uno dei tre primati lo realizzò nel salto in lungo superando, primo uomo, gli 8 metri. Atterrò a 8.13 e per batterlo ci vollero 25 anni.

«Uno sparo: partiti. Owens, che è alla corda, scatta in testa — scrive l’inviato, che definirà la finale dei 100 femminili la gara delle belle figliuole —. Non lo prenderanno più, nonostante la difesa dell’altro negro, Metcalfe, che riesce dalla parte opposta a giungere vicinissimo al vincitore. Tempo 10” 3, Metcalfe 10” 4, Osendarp 10” 5. Seguono Wykoff, il tedesco Rorchmeyer e lo svedese Strandberg. Il primato di ieri non è battuto. Owens non ha saputo dunque superare se stesso. La folla applaude ugualmente. Tanto più che si viene a sapere che il primato di ieri non sarà ritenuto valido poiché la giuria ha giudicato che c’era troppo vento».

Owens è la figura fondamentale dei Giochi del 1936. Per le sue quattro medaglie d’oro (100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo) e perché è nero e le sue vittorie sotto gli occhi di Hitler non si adattano perfettamente alla narrazione scelta da Goebbels. Riefenstahl, nazista ma regista di grande talento, che non accetta imposizioni, dedica parti fondamentali di Olympia, il suo film pluripremiato che cambiò il modo di raccontare lo sport, al velocista americano. Goebbles tentò più volte di intervenire ma dovette arrendersi: per Hitler il lavoro di Leni non andava toccato. Un altro tedesco aiutò Owens. Fu infatti un consiglio del suo avversario Luz Long a salvare l’atleta americano dall’eliminazione nelle qualificazioni del salto in lungo. Long si classificò secondo nella gara vinta da Owens e i due divennero amici. Si scrissero con regolarità dopo i Giochi, finché Long, che combatté nella divisione corazzata Hermann Goering, perse la vita nel 1943 in Sicilia, durante lo sbarco alleato.

Esiste poi il caso Owens. Secondo una ricostruzione, Hitler abbandonò lo stadio per evitare di incontrarlo. Ma ci sono testimonianze che raccontano un’altra storia. Eric Brown, celebre pilota inglese, disse alla BBC di aver assistito al «saluto a Owens di Hitler, che si congratulò per i risultati raggiunti». Lo stesso Owens, nella sua biografia, The Jesse Owens Story, dice: «Dopo essere sceso dal podio, passai davanti alla tribuna d’onore. Il cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al suo saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando un’ostilità che non ci fu affatto». E sempre Owens spiegò: «Hitler non mi snobbò, fu Roosevelt che mi snobbò. Il presidente non mi mandò nemmeno un telegramma».

Il «Corriere» si occupa giustamente soprattutto dei nostri atleti. I campioni della scherma, dell’atletica e del calcio. Sono tanti gli uomini (e le donne) da medaglia. «L’incognita della squadra è questa — scrive De Martino a proposito dei calciatori — come sapranno comportarsi i giovanissimi nostri rappresentanti, nuovi alle grandi battaglie su campi stranieri, in un incontro difficile in cui i momenti inevitabili di avversa sfortuna devono essere combattuti a volte esclusivamente con la forza morale? Se il morale non cederà, riteniamo la squadra azzurra capace di ogni risultato. Confessiamo che per noi oggi il vedere il giuoco sicuro dei goliardi in azzurro ci stia procurato una piacevole sorpresa. Insomma, questa Olimpiade si affaccia per noi con aspetti seducenti e lusingatori. Quel che avverrà ci riempirà forse di gioia o ci deluderà; ma la coscienza è a posto». Nessuna delusione, la squadra allenata da Vittorio Pozzo, il c.t. mondiale, vincerà la medaglia d’oro battendo 2-1 in finale l’Austria con una doppietta di Annibale Frossi, che giocava con gli occhiali.

Ondina Valla è la prima italiana a vincere un titolo olimpico negli 80 ostacoli. «Ondina Valla di Bologna ha vinto — scrive il “Corriere” —, Ondina Valla è campionessa olimpionica e campionessa del mondo. Un salto di gioia e poi via di corsa lungo il prato, capelli al vento, raggiante di felicità a salutare le compagne e i compagni che dagli spalti le gridano il loro entusiasmo. Il pubblico, conquistato dalla superba bellezza della scena, scatta in piedi e improvvisa alla nostra azzurra una grande dimostrazione di simpatia. Ma non è ancora finito. I giudici, sì, hanno deciso; e a quanto pare avrebbero messo al secondo posto un’altra italiana, Claudia Testoni. Ma per essere più sicuri decidono di esaminare la fotografia dell’arrivo. Sfumano, nel dubbio, la gioia e la felicità. Ondina Valla deve soffrire ancora, prima di gioire definitivamente. I tedeschi in questo sono veloci. Dopo circa un quarto d’ora giunge la sentenza. Valla ha vinto e questa volta senza ulteriori discussioni. Riusciamo ad avvicinarla, mentre l’accompagnano al microfono e possiamo solo domandarle nell’emozione e nell’affanno del momento: Felice? Uh!... Molto, molto di più. La fotografia dà a una la felicità; all’altra la delusione. Infatti l’altra italiana, Claudia Testoni, è dichiarata quarta; quarta per questione di millimetri; una inezia, eppure la punta del naso...».

Tra generali, ambasciatori e gerarchi vari, un uomo domina la scena. È Nedo Nadi, il livornese che ha vinto sei ori olimpici e in Germania è il c.t. della squadra azzurra di scherma: grazie a lui, spiega il «Corriere», la squadra a Berlino «ha trovato serietà, non siamo stati né paladini né dongiovanni, ma combattenti, ci siamo trovati all’avanguardia mentre gli avversari arrancavano dietro di noi, quasi esauriti». Solo, scrive Adolfo Cotronei, resta un po’ d’amaro per una vittoria degli ungheresi (e per i giudizi delle giurie).

È un trionfo il bilancio finale della spedizione azzurra. La Germania è prima con 89 medaglie (33 ori, 26 argenti, 30 bronzi) davanti agli Stati Uniti a quota 56 (24, 20, 12), terza l’Ungheria con 16 medaglie (10, 1, 5) e quarta l’Italia con 22 medaglie ma solo 8 d’oro (9 quelle d’argento e 5 quelle di bronzo). Ma gli azzurri chiudono addirittura al terzo posto nella classifica a punti ideata dal «Corriere» che prevede 10 punti per l’oro, 5 per l’argento, 4 per il bronzo, 3 per il quarto posto, 2 per il quinto, 1 per il sesto. Anche qui è prima la Germania con 776 punti e tre quarti davanti agli USA con 541 e tre quarti e terza l’Italia con 237 punti. Va anche considerato che all’epoca collezionare medaglie era più difficile. È vero che i Paesi partecipanti a Berlino furono 50 contro i 206 di Parigi, ma se due anni fa i titoli in palio erano 329, nel 1936 erano 130.

Furono grandi Giochi e furono una grande illusione. Sul «Corriere» del 18 agosto, a Olimpiade conclusa, c’è una notizia. Il titolo: Hitler ringrazia organizzatori, atlete e atleti di tutto il mondo. E conclude esprimendo «la speranza che le Olimpiadi berlinesi abbiano contribuito a consolidare l’idea olimpica e a gettare così un ponte tra i popoli». Il Führer dà anche appuntamento ai prossimi Giochi, in programma a Tokyo. Ma fino al 1948 non ci saranno altre Olimpiadi. Tre anni dopo lo spegnimento del braciere berlinese, infatti, i soldati della Wehrmacht invaderanno la Polonia scatenando la più grande tragedia della storia dell’umanità.

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