PERCHÉ SI TIFAVA SPAGNA



Messi non è Maradona (che poi ha un cognome galiziano) e in politica ha sempre scelto male. 
Da Trump all’Inter Miami della famiglia Mas Canosa, legata al terrorismo anticastrista

Diego Barcala
Il Manifesto  - Domenica 26 luglio 2026 
Pagina 24

La dittatura dell’algoritmo un giorno provocherà una guerra mondiale. Basta un semplice like a uno degli innumerevoli video di Leandro Paredes infuriato con i giocatori spagnoli dopo la finale della Coppa del mondo per innescare uno scroll infinito che continua con Messi che chiede l’espulsione di Cucurella e può finire con una petizione che reclama la giusta restituzione del territorio argentino agli spagnoli, vista l’incapacità locale di governare secondo qualsiasi tipo di logica. E il tutto in solo pochi istanti annoiati su Instagram seduti sull’autobus.

C’è da supporre che durante l’inverno di Buenos Aires succeda il contrario. Un tipo a Rosario vede la prima pagina del conservatore Telegraph che celebra la vittoria degli spagnoli contro i «delinquenti» argentini e finisce per firmare una petizione di scuse al re di Spagna per i massacri del XVI secolo durante la conquista del Río de la Plata.

QUALCHE ANNO FA, lessi un articolo sull’origine del cognome Maradona. Credevo, come milioni di maradoniani in tutto il mondo, che fosse di origine italiana.

Invece una filologa esperta del Cammino di Santiago, che si chiama Concepción Fernández, aveva scoperto che era galiziano, quindi del nord-ovest della Spagna. Riuscii a procurarmi il suo numero di telefono e fissai un’intervista con lei in Galizia.

Mi diede appuntamento nella regione dove vive il maggior numero di Maradona al mondo: non in Argentina, ma in Spagna, a circa 500 chilometri da Madrid. Visitammo alcuni villaggi montani vicino al Cantabrico, i cui piccoli cimiteri erano pieni di lapidi con il cognome Maradona.

Pubblicai il reportage in occasione dell’anniversario della morte di D10S e da allora ricevo ogni giorno su Instagram il commento di qualche argentino che mi insulta chiamandomi blasfemo. «Gallego di merda» (in Argentina, «gallego», cioè galiziano, è il termine con cui si indicano gli spagnoli) è spesso l’incipit. «Vi credete padroni di tutto» è di solito la conclusione.

Ho imparato la lezione e non mescolo più la religione del calcio con l’identità nazionale. Bugia: lo faccio in continuazione.

Vivo della metafora esagerata che il calcio rappresenta della vita. Questo sì che è il mio sport preferito. Comporta però pericoli evidenti, come quello emerso dopo questo Mondiale e la sconfitta dell’Argentina.
 
Scrivo da Londra, dove mi sorprende vedere un sacco di bandiere spagnole nei pub ancora reduci dalla finale. Tassisti, camerieri e altri londinesi che si accorgono da dove vengo non fanno che congratularsi con me per il Mondiale. Ormai non so più cosa rispondere, se non che sembrano più felici loro di noi. La guerra delle Malvine e la sua battaglia finale allo Stadio Azteca, con i due gol che meglio definiscono Maradona – uno di mano, l’altro con quel talento calcistico che nasce nel cervello e finisce nei piedi – bruciano ancora. Le isole sono ancora inglesi, i morti furono argentini e la vittoria morale fu conquistata sul campo da Diego Armando Maradona.

UN TIPO DALLA CARNAGIONE scura, bassetto, con gli occhi neri, proveniente da una famiglia più che operaia, rappresentò meglio di chiunque altro l’orgoglio nazionale argentino nella seconda metà del XX secolo. Maradona fece sue tutte le cause perse che si trovò per la vita e si avvolse nella bandiera argentina per battersi contro il potere. Si tatuò il Che Guevara, ammirò Fidel Castro e sostenne Hugo Chávez. Non sappiamo cosa avrebbe fatto con Milei, ma quest’ultimo si è azzardato a prendersela con lui solo quando era già morto.

Diego ricevette così tanto amore per la sua ribellione da rimanerne prigioniero fino alla fine. La sua causa era quel populismo che dà più peso alla gloria che alla ragione. Del resto fu anche molto amico di Carlos Menem, politico di destra ma molto popolare. Incoerente o demagogo, morì da idolo incarnando l'esagerazione argentina.

A SUCCEDERGLI fu Leo Messi, un bambino di Rosario che a tredici anni si trasferì a Barcellona perché gli pagassero la terapia con l'ormone della crescita che gli permise di diventare calciatore.

Quelli che lo idolatrano quando vince, lo disprezzavano quando perdeva. Per quindici anni subì l’ira degli argentini, che oggi fingono di non capire quando le critiche vanno al modo di interpretare il calcio della loro nazionale. Messi dovette vincere in Qatar per redimersi agli occhi di un Paese che non si riconosceva nel suo silenzio, nel suo pragmatismo, nella sua mancanza di carisma. Abituati a Maradona, Messi sembrava loro un insulso robot.
 
Quando vinse, lo «maradonizzarono», costruendo ogni sorta di leggenda assurda, come il celebre «¿Qué miras, bobo?» («che guardi, scemo?»), una banale lite da spogliatoi trasformata in una battaglia medievale contro l’arrogante europeo (il neerlandese Wout Weghorst, ndr).

Messi però non è Maradona e, quando ha dovuto prendere posizione in politica, ha sempre scelto male. Si è piegato alla famiglia reale del Qatar indossando la tunica per sollevare la Coppa del mondo nel 2022; ha firmato con l’Inter Miami, proprietà della famiglia Mas Canosa, legata al terrorismo paramilitare anticastrista; si è fatto fotografare in tutte le pose possibili e compiacenti con Donald Trump; e, anni prima, quando il suo club, il Barcellona, si trovò di fronte al dilemma se sospendere una partita in segno di protesta contro la brutalità della polizia nei confronti del movimento indipendentista catalano, spinse perché si giocasse, dando più valore a tre punti in classifica che all'indipendenza della Catalogna. Se Maradona era dipendente dall’amore del popolo, Messi lo è dalla vittoria. La differenza tra l’anima di Maradona e quella di Messi spiega parte della perdita di popolarità dell’Argentina nel Mondiale. «È difficile non tifare per Messi», ha detto Trump prima della finale quando gli hanno chiesto chi preferiva.

IL GOL DELLA SPAGNA fu festeggiato in un settore dello stadio dove un argentino sventolava la bandiera d’Israele. Nessuno glielo impedì. Ma a Lamine Yamal, la prima grande stella spagnola proveniente da una famiglia migrante, non avrebbero permesso di celebrare il Mondiale come aveva fatto dopo l’ultimo campionato del Barcellona, sventolando una bandiera palestinese. Sono questi gli elementi che spiegano l’antipatia globale che l’Argentina ha ricevuto nel Mondiale, contro una Spagna percepita come schierata in prima linea contro l’estrema destra rappresentata da Trump, Netanyahu e Milei.
 
* scrittore e direttore della rivista spagnola Líbero.

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