I signori del basket
Prefazione
di Sam Smith
Una volta John Havlicek mi ha raccontato della sua breve esperienza in NFL. In un’azione di corsa sull’esterno, uno sweep, dalla posizione di ricevitore stese un linebacker, aprendo la strada a una cavalcata di 48 yard di Jim Brown. Esatto, al college il leggendario campione dei Boston Celtics era stato anche uno dei migliori quarterback dell’Ohio, guadagnandosi la chiamata al draft da parte dei Cleveland Browns. Nell’azione successiva, a 2 yard dalla linea di touchdown, John fu schierato da tight end contro ‘Big Daddy’ Lipscomb, al tempo l’unico giocatore di NFL sopra i 135 chili. «Spazzava via come niente interi gruppi di avversari, poi si buttava su quello in corsa» ricordava Havlicek. «Io finii in fondo al mucchio, e quasi persi il casco». I Browns riuscirono comunque a mettere a segno un passaggio da touchdown, ma quella partita di preseason fu sostanzialmente l’ultima di John da giocatore di football. Di lì a poco la squadra lo tagliò, preferendogli l’amico Gary Collins, il quale sarebbe diventato tre volte All-Pro, ma ripeteva spesso che Havlicek aveva mani migliori delle sue. Alla fine è andata bene comunque a tutti e due, scherzava il diretto interessato. Cinque stagioni intere a 45 minuti di media sul parquet gli sembravano una bazzecola in confronto a un incontro ravvicinato con ‘Big Daddy’ Lipscomb. D’altronde uno dei suoi motti era che la stanchezza è tutta nella testa, e chi mai potrebbe stancarsi di giocare a basket? Un po’ come Forrest Gump, Havlicek trascorse l’intera carriera a correre, dal suo paesino dell’Ohio alla più grande squadra di sempre, accanto a Bill Russell, Bob Cousy e i due Jones (Sam e KC), battendo Oscar Robertson, Wilt Chamberlain, e perfino Kareem Abdul-Jabbar. Quel ruvido ‘campagnolo’, come lo chiamava ogni tanto il compagno Bill, raccolse quindi il testimone della più vittoriosa dinastia della NBA, i primi Celtics a intraprendere il cammino verso la leggenda, vinse un altro paio di titoli e poi lo passò a sua volta a Larry Bird, Kevin McHale e Robert ‘The Chief’ Parish.
Un giorno si presentò in ufficio da Red Auerbach per parlare del proprio stipendio: al tempo segnava 20 punti di media partendo dalla panchina, sulla scia dei grandi sesti uomini di Boston, e prendeva ventimila dollari l’anno. Chiese un aumento a venticinquemila, ma il mitico coach e general manager gli rispose che se lo poteva scordare. «Mi accontentai di ventuno» mi ha detto John in una serie di interviste rilasciate poco prima di morire, che mi hanno dato l’ispirazione per questo volume.
La storia della NBA va raccontata, ricordata, e poi ancora ri-raccontata. In questi anni spesso si tende a trascurarla o a nasconderla, un po’ come le vecchie ville nel reality Casa su misura.
Qualche anno fa stavo lavorando a un libro sui giocatori – fra cui Bob Cousy, Tom Heinsohn e Oscar Robertson – che intentando causa alla NBA ottennero l’istituzione della free agency e di conseguenza l’equità finanziaria che ha condotto la lega al successo planetario dei giorni nostri. Nel raccogliere le interviste, però, proprio non mi riusciva di incontrare Havlicek. Strano, mi dicevano varie persone vicine o interne ai Celtics, non era da lui. A un certo punto mi ha dato appuntamento a casa sua in Florida, salvo poi disdire all’ultimo momento. Alla fine non ci siamo mai visti di persona, ma siamo riusciti comunque a sentirci varie volte per parlare del processo contro la NBA e dei vecchi tempi. È andata così anche con l’ultimo dei tredici querelanti all’epoca ancora in vita, Wes Unseld: abbiamo fissato la data per l’intervista, ma proprio mentre ero in viaggio verso la sua tenuta, nel Maryland nordoccidentale, mi hanno avvertito che doveva tornare in ospedale, dov’era stato ricoverato più di due mesi per un problema al cuore di cui nessuno sapeva niente. Anche con lui ho parlato parecchio al telefono, e se n’è andato poco tempo dopo Havlicek. Forse sono state le loro ultime interviste.
Nel periodo in cui rincorrevo l’ex esterno dei Celtics, non sapevo che fosse malato di Parkinson, né che avesse giorna-sì e giorni-no. Ecco perché a volte non voleva farsi vedere: per quello che ai suoi tempi era forse l’atleta più in forma nella lega, un maratoneta camuffato da ala piccola, abituato a primeggiare, doveva essere dura sentirsi arrancare nella quotidianità.
Ripensavo alle mie chiacchierate con John e Wes e a come tutte queste storie finiscano per perdersi. Okay, è solo un gioco, ci ripetono spesso. Ma è anche una sorta di sacra rappresentazione dei nostri tempi, una fonte di ispirazione che travalica le generazioni. Come diceva Martin Luther King Jr., «Non siamo noi a fare la storia, è la storia a fare noi».
La tradizione della NBA prevede di aggiornare l’elenco dei migliori giocatori di sempre con venticinque nuovi nomi ogni quarto di secolo: nel 2021, settantacinquesimo anniversario della fondazione della lega, sono quindi diventati settantacinque. Fra i tanti che li hanno votati c’ero anch’io, e leggendo la lista mi sono reso conto che, fra le partite viste da ragazzino al Madison Square Garden a fine anni Cinquanta, e quelle commentate per il Chicago Tribune e il sito dei Bulls dai primi anni Ottanta agli anni Venti del nuovo millennio, ho avuto la fortuna di ammirarli tutti dal vivo. L’unica eccezione era George Mikan, che comunque ho potuto intervistare alcune volte in vecchiaia. Ho conosciuto e intervistato anche la maggior parte degli altri, qualcuno per i miei libri e qualcun altro per gli articoli. Per questo ho pensato di buttare giù ciò che sapevo e che mi hanno raccontato di loro, così da dare un ulteriore contributo alla bibliografia NBA.
Poi ho chiesto a Phil Jackson, che praticamente li ha affrontati tutti da giocatore o da allenatore – anche lui con l’eccezione di Mikan – se gli andasse di aiutarmi con questa sorta di versione cestistica della Mia cena con André. Non pensavo accettasse, ma mi sbagliavo.
Dei libri, più che la stesura, ho sempre amato il lavoro di ricerca, ascoltare gli aneddoti dalla bocca di giocatori, coach e addetti ai lavori, come ho potuto fare con Phil. In genere trascorre l’inverno nella sua casa di Los Angeles, da cui si può ammirare il tramonto su Playa del Rey. Ogni sera un sacco di gente prova a scorgere il famoso caleidoscopio di luce, un mistico bagliore azzurro o violaceo che i figli di Phil dicono di aver visto, a differenza sua. Ma non ha perso la speranza, e al tramonto è sempre lì: nella vita non bisogna mai distogliere lo sguardo. E in ogni caso si gode la vista del Pacifico, con la signora in tuta rosa che gli passa davanti al cancello facendo jogging e i gabbiani che inseguono i pescherecci per raccattare uno spuntino. Phil ha anche la passione della cucina, e se la cava molto bene: prepara vari tipi di zuppe, un’ottima paella, e un giorno al supermercato l’ho visto mettere gli occhi su uno stinco di maiale.
D’estate invece se ne sta a Kalispell, in Montana, vicino al vasto lago Flathead, dove tanti anni fa, insieme con il fratello, ha costruito una casetta di legno A-Frame e in seguito gliene ha accostata un’altra, sempre auto-costruita. Anche la sua ex moglie June ha una casa nell’accogliente complesso lacustre, dove ospitano la loro decina di nipoti per settimane di nuotate, giri in barca e lezioni di vita di "Coach Zen". Un vero super nonno!
Dopo il Labor Day, quando i ragazzi sono ripartiti per l’inizio della scuola, sono passato a trovarlo per riannodare la matassa dei ricordi. Ci siamo visti qualche volta anche a LA, per completare alcuni passaggi.
È la parte del lavoro che preferisco, anche quando ci perdiamo in divagazioni sulle nostre letture o su eventi in apparenza scollegati. Mi ha ricordato la stesura del mio primo libro, The Jordan Rules, del quale l’importante editore newyorkese non faceva che rimproverarmi l’inorganicità: «Sii più lineare!» chiedevano a un Sam ancora alle prime armi. Peccato che la vita – e il basket – lineari non lo siano per niente.
Ho conosciuto Phil Jackson – di persona – nei primi anni Ottanta. Da storico tifoso di New York, l’avevo visto giocare molte volte, lo distinguevi fin dalla piccionaia del vecchio Madison Square Garden col suo fisico da cicogna, una specie di appendiabiti umano, un turbinare di gambe e braccia in uscita dalla panchina dei Knicks dei due favolosi titoli degli anni Settanta (in realtà nel titolo del 1970 Jackson saltò tutta la stagione per infortunio alla schiena, ndr). Ai tempi il nostro biglietto dorato di Willy Wonka era la GO card, un documento che gli alunni delle scuole pubbliche newyorkesi, almeno per come la vedevo io, ricevevano a compensazione delle aule sovraffollate e dei tripli turni che dovevano sorbirsi: a volte si frequentava dalle sette alle undici di mattina, altre volte da mezzogiorno alle cinque di pomeriggio, e con cinquanta ragazzi in classe gli insegnanti non sapevano neanche come ti chiamavi, a meno che non fossi uno di quei secchioni che alzano la mano in continuazione. Non mi pare di averlo mai fatto, ma ricordo che una volta la prof di inglese, dopo un’insufficienza in un compito, mi disse di non prendermela troppo, tanto di lì a cent’anni saremmo stati tutti morti e a nessuno sarebbe importato niente. Credo sia la lezione più importante che la scuola pubblica di Brooklyn mi abbia mai trasmesso.
Comunque – a proposito di divagazioni –, la GO card era il nostro pass per il magico mondo della NBA: ti dava diritto ad assistere, alla modica cifra di settantacinque centesimi, al doubleheader del martedì sera, istituita nel tentativo di procurare qualche tifoso ai pietosi Knicks dell’epoca. E così potevi vedere Oscar, Elgin Baylor, Jerry West, Russell e Chamberlain, e pazienza se la squadra di casa le prendeva di santa ragione praticamente sempre: era un’educazione cestistica coi fiocchi. Quindici cents per la metro e altri quindici per una fetta di pizza – non so perché, ma costavano sempre uguali –, poi dieci per una bibita e settantacinque per l’ingresso. Nella seconda partita non era sempre facile distinguere ciò che succedeva in campo a causa del fumo di sigaretta che si alzava da dietro il canestro, dove si raccoglievano le scommesse, ma per circa un dollaro e mezzo ti beccavi cena e quattro ore di basket professionistico.
I miei non capivano cosa ci trovassi.
Mia mamma, Betty Pritzker, era cresciuta in una famiglia di rabbini ortodossi originaria della zona di Kiev. Avrebbe potuto benissimo essere Yentl, la protagonista di un racconto di Isaac Bashevis Singer, che abita in uno shtetl polacco e si traveste da uomo per poter studiare da rabbino: passava le giornate a leggere, cosicché per la cena ci toccava arrangiarci. Eravamo ortodossi osservanti, ma per quanto mi riguarda mollai il colpo quando feci notare ai miei che proibire l’uso dell’elettricità durante lo Shabbat non aveva senso, visto che cinquemila anni fa l’elettricità non esisteva, e loro non riuscirono a controbattere adeguatamente.
Eravamo gli unici Pritzker sull’elenco telefonico di New York, che all’epoca contava nove milioni di abitanti. In Illinois c’erano però gli omonimi ricchissimi proprietari della catena alberghiera Hyatt, e anche se nella vita me la sono passata bene e di un hotel non me ne sarei fatto nulla, mi sono sempre chiesto se non fossimo parenti. Anche se, da bravo newyorkese convinto di vivere al centro del mondo, al tempo neanche sapevo chi fossero. Anzi, sapevo a malapena dove stesse Chicago. Ma quando nel 1979 entrai al Chicago Tribune, cominciai a leggere delle perenni liti di questa dinastia miliardaria, e guarda caso, il loro patriarca era un rabbino ortodosso di Kiev, proprio come il nostro: dai, non poteva essere una coincidenza! Così scrissi a Jay Pritzker, allora decano della famiglia, facendoglielo notare. Mi liquidò in poche righe, replicando che probabilmente ero parente dei Pritzker di Baltimore: peccato, niente hotel!
Le nostre radici familiari affondavano a Holovanivs’k, in Ucraina, dove a fine Prima guerra mondiale i pogrom erano in pieno svolgimento. Dopo un incidente avvenuto nel 1917 fu istituita una milizia popolare, un po’ come nella scena al mercato de Il violinista sul tetto, ma senza balletti. Le truppe di autodifesa vennero sconfitte nel 1919, mia mamma nacque l’anno successivo e, a seguito di altri pogrom, nel 1925 la sua famiglia lasciò il Paese. Mio padre invece era originario della Lituania, da dove il bisnonno Pincus Amran partì per l’Inghilterra e si cambiò cognome in Smith.
Phil invece proviene dal lato perdente della Rivoluzione americana, da una famiglia di lealisti che ottenne una concessione terriera in Canada quando i coloni vittoriosi cacciarono via gli inglesi. Suo padre Charles era allevatore e taglialegna, e dopo la morte della prima moglie frequentò il Central Bible College dove conobbe Elizabeth Funk, figlia di agricoltori mennoniti di origine tedesca. Insieme abbracciarono la fede evangelica e la guarigione attraverso la preghiera, che in effetti sembrò dare i suoi frutti quando il piccolo Phil contrasse la poliomielite all’età di cinque anni: nonostante l’assenza di reali cure mediche, riuscì a cavarsela. A quel punto la loro strada era segnata.
Dovendo seguire una famiglia di predicatori sempre in viaggio, Phil si abituò a spostarsi in continuazione. Iniziò a giocare a basket seriamente a Great Falls, nel Montana, in quinta elementare; faceva anche il quarterback nel football e il lanciatore nel baseball. Quest’ultimo era il suo sport preferito, nonché quello che andava per la maggiore quand’era un ossuto liceale di 1,95 per 68 chili: in estate giocava da semiprofessionista e aveva buone prospettive di carriera. In un’amichevole contro una squadra itinerante raggiunse la seconda base su un lancio di Satchel Paige – che all’epoca avrà avuto una sessantina d’anni, va detto. In ogni caso, il suo destino era la pallacanestro.
Da parte mia, non ebbi alcuno scatto di crescita. In quinta elementare ero il terzo più alto e alla giornata sportiva facevo incetta di medaglie, ma già in seconda media ero il terzo più basso. Ciononostante, sul diamante riuscivo ancora a togliermi qualche soddisfazione, come il lancio con cui vincemmo le semifinali cittadine al campo accanto al vecchio stadio degli Yankees, che mi valse un provino con la squadra in seconda liceo. «Non sei pronto» mi dissero. Ero 1,72 per 54 chili, mi consigliarono di metterne su una quindicina. Così quell’inverno mangiai spaghetti e pane a ogni pasto, raggiungendo in primavera la bellezza di… 54 chili.
Non rinunciavo però al sogno di un contratto professionistico. Chissà, magari con qualche ‘aiutino’… A ogni modo, il picco lo raggiunsi al secondo anno alla Pace University, durante la prestagione della Division II: ero lanciatore titolare, anche se in una squadra di basso livello. Al terzo anno arrivò Bruce Hildebrandt, 1,88 per 83 chili e uno splitter da 150 km orari, e il coach mi chiese che voti avessi. «Hmm, ti conviene prestare attenzione in aula, figliolo». Gli diedi retta e terminai gli studi in economia. Ma avevo il sospetto che quegli articoli sulle pagine sportive, che al college scrivevo per tirare su qualcosa, potessero portarmi da qualche parte.
Così, dopo due anni come revisore contabile nello studio newyorkese Arthur Young & Co., mi iscrissi a una scuola di specializzazione e frequentai i miei primi corsi di giornalismo. E, visto che erano gli anni Settanta del Watergate, per farti valere dovevi necessariamente andare a Washington. Mi trasferii là, a seguire gli affari del Congresso e della Casa Bianca, e fu davvero figo. Lavoravo per un’agenzia locale, la States News Service, ma frequentavo gli stessi posti e mi occupavo degli stessi argomenti dei pezzi grossi: gli accordi di Camp David o le conferenze stampa presidenziali, anche se dal punto di vista di New Haven in Connecticut, Brockton in Massachusetts o Allentown in Pennsylvania. Una volta riuscii perfino a interpellare il presidente Jimmy Carter. Mi trovavo al fianco di James Reston del New York Times, Bob Woodward del Washington Post e dei giornalisti televisivi Sam Donaldson e Dan Rather, e mentre facevano le loro domande mi dicevo: ‘Ehi, è quello che volevo chiedergli io. Non ne sanno più di me: non è questione di essersi laureati a Harvard, ma di saper cogliere l’occasione’. E spesso nello sport succede lo stesso.
Perché la fama non ti rende più sveglio o più meritevole. I veri grandi amano le sfide più che i riconoscimenti. È soprattutto questo a distinguerli dagli altri. Ed è per questo che gli brillano gli occhi nelle interviste del dopopartita. A Michael Jordan, ad esempio, piaceva parlare dei suoi errori in campo, perché lo motivava. Idem per Kobe Bryant e Larry Bird: entrambi amavano il trash talking, a tutti gli effetti un affronto a loro e al loro gioco. MJ adorava quando lo davi per spacciato, come nell’episodio che ho raccontato nel documentario The Last Dance, quel primo turno dei playoff 1989 contro i più forti Cleveland Cavaliers (6-0 contro Chicago in stagione regolare) che aprì ai suoi Bulls il cammino verso la leggenda. Noi tre beat writer pronosticammo la vittoria dei Cavs, anche se io ero il più fiducioso, avendo predetto un 3-2. Ed ecco che Jordan dopo il fiasco in overtime di gara-4, dove avrebbe potuto chiudere i conti, nel prepartita della decisiva gara-5 si avvicina all’allora accogliente tribuna stampa, indica me e i miei colleghi che avevano dato i Bulls eliminati in tre o quattro gare e dice: «Stasera vi sistemo io». Dai, nominatemi un’altra persona che si approccia così a una partita da dentro o fuori, in trasferta e con i pronostici a sfavore. È così che si diventa il GOAT. Sappiamo tutti com’è finita. MJ voleva sempre avere l’ultima parola. Più tardi, in spogliatoio, mi prende per un braccio e mi fa: «Te l’avevo detto».
Come avrebbe detto suo padre, Michael ha un problema con la competizione: con lui deve esserci sempre qualcosa in gioco. Il che mi mise nei guai la volta in cui mi invitò a fare il quarto in una partita di golf. Sarà stato il 1987 o 1988, e dal Chicago Tribune prendevo qualcosa come venticinquemila dollari. Lui invece aveva appena firmato un nuovo contratto, clamoroso per gli standard dell’epoca: venticinque milioni di dollari in otto anni. Una volta là, MJ pretende di giocare a cento dollari a buca, e so che andando avanti la posta si alzerà. Da ex contabile, faccio due conti e mi chiedo come potrò spiegare che ho perso un quarto del mio stipendio annuale giocando a golf con Michael Jordan. Perciò specifico che le mie puntate saranno in proporzione al mio stipendio da venticinquemila dollari, non al suo da tre milioni: non mi ha più rivolto la parola fino almeno all’ottava buca.
Con gente del genere l’adulazione non ti porta lontano, a meno che non ti interessi un posto da lacchè, ben pagato ma certo non gratificante. Essere cresciuto a Brooklyn, il cui motto è «Che cazzo guardi?», mi è sempre stato d’aiuto.
Qualche tempo dopo il mio ingresso al Chicago Tribune, mi vidi assegnare un articolo per l’inserto domenicale sui campionati minori di basket e in particolare su una squadra di Gary, nell’Indiana, dove militava Carl Nicks, ex secondo violino di Larry Bird alla Indiana State. Li aspettava una trasferta in casa degli Albany Patroons, allenati da quel furbastro di Phil Jackson, la vecchia cicogna dei Knicks.
Le migliori scelte di vita sono figlie del momento, un po’ come l’attacco a triangolo, che rifugge schemi e movimenti specifici per sfruttare gli spazi offerti dalla difesa e dalle circostanze: è il tai chi applicato al basket, per usare le parole di Phil; che, dal canto suo, aveva sorpreso tutti gli ex compagni di New York: chi se l’aspettava che a quell’hippie con i baffoni, sempre in maglietta e giacca di pelle, interessasse allenare? Ma sotto sotto era sempre stato una mente del gioco, fin dai tempi di coach Red Holzman, di cui funse praticamente da vice per tutta la stagione 1970, a seguito dell’intervento alla schiena che l’aveva costretto a un lungo stop: spesso conduceva lui le sessioni video e osservava le squadre avversarie in vista degli scontri diretti. Ai Bulls avrebbe poi imparato molto da Johnny Bach, esperto dell’attacco a ruota di Garland Pinholster, e Tex Winter, grande teorico e pioniere del college basketball.
Dopo il ritiro dal basket giocato, Phil aveva avuto una breve esperienza come commentatore televisivo accanto a Marv Albert, ma non faceva per lui, per cui se n’era tornato nel Montana a finire di costruire la casetta di cui sopra. Poi, aveva investito in una palestra, la Second Wind, e accarezzato l’idea di accettare la panchina del Flathead Valley Community College di Kalispell, che stava rimettendo su una squadra, ma non si era concretizzata. La palla a spicchi rischiava di diventare un ricordo lontano, stile ‘Chissà che fine ha fatto Phil Jackson…’
E invece, nel periodo in cui allenava Albany, si sentì con il general manager dei Bulls, Jerry Krause; l’aveva conosciuto anni prima, quando ancora giocava all’Università del North Dakota sotto coach Bill Fitch. L’allora scout dei Baltimore Bullets l’aveva visionato per il draft, ed erano rimasti in contatto. In quell’occasione Jerry gli chiese di alcuni giocatori della CBA, e Phil di potergli fare un po’ di scouting locale per Chicago. Al momento i Bulls non avevano posti vacanti, gli rispose il GM, che però gli procurò un colloquio per un impiego da assistente di coach Stan Albeck. Com’è noto, non andò in porto.
Sfiduciato sulle proprie prospettive, nel 1987 Phil lasciò l’incarico da capoallenatore dei Patroons e rientrò nel Montana. Prima però si fermò al camp predraft della NBA per una chiacchierata con lo stesso Krause, a seguito della quale si decise a lasciarsi alle spalle il basket e concentrarsi sulla palestra. Se non fosse che un mese dopo ricevette una telefonata inaspettata: il vice dei Bulls, Gene Littles, era stato preso a Charlotte, gli interessava sostituirlo nello staff di coach Doug Collins?
E così, visto che già ci conoscevamo, quando dal Tribune mi assegnavano un articolo sul basket, chiamavo Phil per il suo punto di vista e qualche dettaglio di prima mano. Qualche tempo dopo fui preso fra i beat writer dei Bulls: davo una mano con i servizi sulla squadra, e una volta mi commissionarono un pezzo sul nuovo rookie, tale Michael Jordan, appena arrivato a Chicago.
In camera sua vedo un’asse da stiro già montata. «È carino se la menzioniamo nell’articolo» gli propongo.
«No, lascia perdere». Mi spiega di aver frequentato corsi di economia domestica perché si riteneva brutto e pensava che le ragazze non l’avrebbero degnato di uno sguardo. Eh sì, ogni tanto anche MJ prendeva una cantonata.
E quindi eccomi là, inviato al seguito della squadra, seduto accanto a Phil. Ai tempi si viaggiava su voli di linea: i dodici giocatori a roster in prima classe, gli allenatori in seconda. Di solito mi ingegnavo a prenotare un posto lungo il corridoio e poi facevo a cambio con lui, che con le gambe non ci stava in quelli centrali e vicino al finestrino. E così mi feci una cultura. Quando mi sedevo accanto a Tex Winter, mi illustrava tutte le varianti del triple-post offense (ovvero l’attacco a triangolo) sul suo playbook. E poi c’erano le storie pazzesche di Johnny Bach, che spaziavano dalla NBA al suo periodo da catcher nel bullpen (*) degli Yankees, passando per la marina e per la sua unità di sbarco destinata prima a Okinawa e poi a Tokyo. Krause aveva fiuto per gli allenatori, tant’è che anche Doug Collins è entrato nella Hall of Fame. Fu lui a rimettere i Bulls sui binari giusti, come si fa con un vecchio trenino elettrico, ma la dirigenza non lo ritenne in grado di portarli fino in fondo. Dal canto suo Phil, cresciuto con il gioco fluido e dinamico di Red Holzman, dopo il corso accelerato di Tex era diventato un fervido credente nell’attacco a triangolo, e nel 1989 fu promosso capoallenatore al posto di Doug.
E così spesso capitava che prima delle partite ci ritrovassimo nel suo ufficio a parlare di basket. In seguito John Paxson mi ha rivelato che la cosa gli dava sui nervi: erano tutti lì ad aspettare il discorso pre gara del coach e lui era lì chiuso a chiacchierare con me. Non sempre, eh, e non posso certo dire che fossi il suo confidente personale. Ma sulla pallacanestro andavamo d’accordo. E anche a distanza di tanti anni, quando gli ho raccontato a cosa stavo lavorando, mi ha subito detto: «Vieni qui nel Montana che ne parliamo».
Novembre 2024
(*) Nel baseball, il termine bullpen indica sia l'area fisica in cui i lanciatori di rilievo si riscaldano prima di entrare in partita, sia l'insieme dei lanciatori di rilievo stessi (i cosiddetti reliever) di una squadra.

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