I Signori del basket
Postfazione
SAM: Uno dei tuoi princìpi-cardine è che più che la meta conta come ci si arriva, cosa che i coach odierni traducono con la massima «un passo alla volta». Secondo il tuo pensiero, questo focus sul percorso mette la squadra nelle migliori condizioni di raggiungere il traguardo, con un beneficio aggiunto: il percorso è già di per sé un traguardo. È la sensazione che ho provato durante la stesura di questo libro, che mi ha dato la possibilità di scandagliare la storia e le radici dello sport che amo, e in ottima compagnia. Ma per quanto uno si sforzi di pensare alla propria attività come a un percorso, per perseguire un qualunque obiettivo occorre anzitutto mantenere gli occhi sulla strada e prestare attenzione agli ostacoli che si parano davanti. Che tu sia Willis Reed che entra in campo zoppicando in gara-7 o Michael Jordan col tuo ‘The Shot’ a Cleveland, Salt Lake o altrove – o Steve Kerr, John Paxson e Kobe Bryant coi loro rispettivi ‘The Shot’, per non parlare di Larry Bird, Magic Jonhson e Kareem Abdul-Jabbar –, all’orizzonte hai sempre un’altra partita e un volo da prendere, una sveglia alle cinque di mattina e una corsa in aeroporto, e poi un’altra verso casa per fare colazione coi figli prima di uscire per gli allenamenti. E, comunque provi a girarla, resta sempre un lavoro, perciò lo straordinario finisce spesso per passare in secondo piano rispetto all’ordinario. Il che mi riporta spesso alla mente – con le dovute proporzioni – il Discorso di Gettysburg: 272 parole pronunciate in un gelido pomeriggio di novembre della Guerra di secessione, alla solenne inaugurazione di un cimitero militare. Nonostante le ben note doti oratorie di Abraham Lincoln, la maggioranza dei presenti era quasi certamente ansiosa di tornare al calduccio a mangiare biscotti e bere sidro, ed è facile che si fosse chiesta perché non potesse dire semplicemente «ottantasette anni fa» anziché «sedici lustri e sette anni orsono». Né di sicuro prevedeva che a distanza di due secoli avremmo continuato a ricordare e studiare quelle tre centinaia scarse di parole per poco più di due minuti. Spesso è a questo che penso quando la gente mi chiede che cosa si provi a occuparsi di basket e stare a contatto con le sue superstar da così tanti anni: non lo apprezzi davvero finché non fai un passo indietro per guardarlo con altri occhi, come mi è capitato con questo libro. Parallelamente, mi sembra che anche la tua filosofia in panchina andasse in quella direzione: giocare come si deve, essere disposti a crescere e abbracciare il percorso che si sta compiendo.
PJ: Fra noi parliamo spesso di accontentare gli dèi del basket, del gioco ‘da manuale’. Ovvero cercare il compagno libero, aiutare in difesa, non perdere di vista la palla, stare concentrati e seguire l’azione, tenere d’occhio il cronometro eccetera. Insomma, starci con la testa. È lo stesso principio del libro Golf in the Kingdom, in cui quel matto mezzo irlandese e mezzo scozzese condensa l’essenza stessa di un intero sport, e nel basket vale altrettanto.
SAM: So che uno dei tuoi ultimi progetti meno noti era un corso per allenatori su Zoom – per l’Università del Wisconsin, se non ricordo male – e hai proposto ai tuoi allievi proprio Golf in the Kingdom, che qualche anno fa ha avuto una specie di parallelo cinematografico nel film Leggenda di Bagger Vance, con Will Smith e Matt Damon.
PJ: Sì, era il testo di riferimento per quel semestre, è utile per dare un’impostazione alle lezioni. Ha un che di spirituale, visto che se vuoi allenare ti occorre trovare una fonte di ispirazione, un punto di riferimento sia per incuriosire sia per riassumere alcuni dei tuoi princìpi-cardine, espliciti o impliciti. Prima di tutto devi amare alla follia la pallacanestro. Il che non vuol dire tanto saper tirare da tre quanto comunicare con i compagni, sviluppare una sorta di sintonia. Qual è il nostro stato mentale in questo momento? E quello fisico ed emotivo? Dopodiché abbracciare inestricabilmente, per così dire, l’intero processo. Dal canto mio ho avuto il privilegio di allenare varie squadre e in molte grandi partite in cui l’interazione fra il basket e la passione di chi lo praticava ha creato situazioni di eccellenza.
SAM: Ah certo, la pallacanestro è vita e viceversa. E allora, visto che ci avviciniamo alla fine del nostro percorso, che mi dici di Nikola Jokić? Ci portiamo avanti con la top 100?
PJ: Mai visto prima un centro come lui, che operi da vero fulcro della squadra. Va a rimbalzo, poi porta palla in attacco e trova il compagno libero, oppure sfida il difensore con una gamma di soluzioni temibilissime. Denver ha uno dei migliori attacchi della NBA in gran parte per merito di Jokić. E poi è grosso, davvero grosso; spesso sembra fatichi a tenere certi ritmi, gli si arrossa il naso, ansima e suda copiosamente, eppure dopo aver segnato o preso un rimbalzo è sempre là, pronto a impostare l’azione. La sua pericolosità offensiva dipende principalmente dalla sua capacità di usare entrambe le mani, e dal formidabile tocco sottocanestro. Più che un innovatore, è la quintessenza del basket. Non me ne vengono in mente molti con la destrezza e la visione di gioco per tenergli testa.
SAM: Magari il caro e compianto Bill Walton, se ai tempi della sua breve ma sensazionale esperienza a Portland avessero permesso ai lunghi di palleggiare. Aveva il tiro, il passaggio, il trattamento di palla, le doti a rimbalzo e di finalizzazione, insomma era un campione a tutto tondo: è per questo che è stato selezionato fra i settantacinque malgrado una carriera effettiva limitatissima. Appena tre o quattro stagioni ad alti livelli, ma imperdibili. E indimenticabili. È troppo presto per aggiungere Cooper Flagg?

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