I signori del basket
di Phil Jackson
Mi piace molto l’idea dei 75 for 75, la selezione dei migliori giocatori in settantacinque anni di storia della National Basketball Association. A suo tempo mi hanno chiesto di far parte della giuria per sceglierli, ma ho declinato l’invito. Ricordo il cinquantesimo anniversario e i cinquanta entrati in quel computo. Red Holzman, mio allenatore ai New York Knicks, mi raccontava di due guardie con cui aveva giocato nei Rochester Royals, Bobby Wanzer e Bobby Davies, e a meno che non mi sbagli il primo non era stato incluso. I Royals erano una squadra da titolo prima del periodo d’oro dei Minneapolis Lakers e poi del filotto di successi dei Boston Celtics; Red mi spiegava che, da riserva di quei due, aveva potuto studiarseli bene, e secondo lui Davies era più forte di Bob Cousy.
A ogni modo il mio amico Sam, quando ci siamo visti a pranzo nella sua annuale capatina a L.A., mi ha proposto di unire le forze per chiacchierare e scrivere dei settantacinque giocatori della lista. Ma mentre lui ha fatto parte della giuria che l’ha stilata, io ho preferito rinunciare perché la scelta dei ‘migliori’ è sempre complicata. Ogni epoca del basket ha avuto i suoi assi, ma selezionarne un numero limitato fra quelli dell’ultimo quarto di secolo, è una vera impresa.
Il nucleo originario della lega, negli anni Quaranta, era composto di una manciata di squadre, alcune delle quali non esistono più, come Syracuse, St. Louis e i Rochester/Cincinnati Royals. Quando nel 1967 feci il mio esordio, le franchigie partecipanti da dieci erano diventate dodici. Alla partita inaugurale della stagione, prima della palla a due, fu presentata la formazione originale dei New York Knicks, che nel 1946 avevano battezzato la BAA (che dal 1949, assorbendo la NBL, diventerà NBA, ndr) affrontando i Toronto Huskies e segnato con Ossie Schectman il primo canestro nella storia della lega.
Da allora la NBA è arrivata a contare trenta squadre, per cui scegliere ‘i migliori’ di ogni epoca non è più così semplice come negli anni Quaranta e Cinquanta. Da meno di cento giocatori nei roster stagionali siamo passati ai quattrocentocinquanta di adesso, un’abbondanza che già da sola complica il processo di selezione. Aggiungiamoci che l’area dei tre secondi si è estesa da 1,83 metri di larghezza a 3,66 e oggi a 4,88, per non parlare dell’avvento del tiro da tre. Il basket non è più uno sport dominato dai lunghi, ora a farla da padrone sono guardie e ali con capacità di creazione dall’esterno. Nemmeno nei quintetti dell’All-Star Game è più obbligatoria la presenza dei centri, ma ciò non significa che li abbiamo dimenticati.
Così negli ultimi anni Sam e io abbiamo ragionato sui settantacinque prescelti, un po’ via email e un po’ di persona, a L.A. o d’estate nel Montana. Come molti altri newyorkesi di mia conoscenza, Sam beneficiava della riduzione a settantacinque centesimi per i match casalinghi dei Knicks grazie alle tessere per studenti. Col fatto che ogni stagione c’erano tre o quattro serate con doppia partita, i ragazzini dell’epoca potevano ammirare i campioni degli anni Cinquanta e Sessanta all'apice. In definitiva Sam ha assistito a un bel po’ di partite, fra il vecchio Madison Square Garden, fra la Quarantanovesima Strada e l’Ottava Avenue, e lo United Center di Chicago: di sicuro ne ha viste più di me. Ma io ho allenato e affrontato sul campo un sacco di gente, prima da giocatore – dal 1967 al 1980 – e poi da coach e GM. E, come dicevo, mi viene difficile redigere una classifica dei giocatori degli ultimi anni. Le migliori carriere in NBA somigliano a delle maratone: c’è chi brilla all’inizio ma poi si perde un po’, spesso non per colpa sua. Prendiamo ad esempio Dwight Howard, passato da centro dominante nei primi Duemila a mero comprimario negli ultimi dieci anni in NBA, un po’ per le modifiche ai regolamenti e un po’ per la direzione intrapresa dal gioco in generale, che ha reso i lunghi sempre più irrilevanti. La pallacanestro è in continua evoluzione, perciò possiamo solo immaginare come saranno i 100 for 100 che si sceglieranno fra poco più di vent’anni. Spero che l’NBA possa progredire ulteriormente grazie al maggior atletismo dei giocatori e trovi il modo di mantenere la propria centralità senza piegarsi unicamente ai tanti interessi economici in ballo.
Novembre 2024

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