COME FABBRICARE I «CATTIVI»


La stampa europea ha definito i giocatori dell’Argentina «delinquenti». Forse perché nell’incapacità di spiegare una storica supremazia sportiva confondono l’identità con la barbarie

Carlos Aletto
Il Manifesto  - Giovedì 23 luglio 2026 
Pagina 24

Camminare per le strade di Madrid dopo la finale dei Mondiali e scoprire, nelle edicole, come alcuni dei principali quotidiani europei abbiano definito i giocatori dell’Argentina dei «delinquenti» suscita qualcosa di più della semplice frustrazione sportiva. Costringe a chiedersi cosa ci sia dietro una simile scelta di parole. Non si tratta di un’analisi tattica, né di una discussione su una finale segnata da una serie di decisioni arbitrali controverse. È piuttosto il coronamento di una narrazione che si sta costruendo da anni. Ogni grande storia ha bisogno di un antagonista, e di fronte al ciclo storico della Selección che ha alterato gli equilibri del calcio mondiale, una parte consistente dell’ecosistema mediatico europeo ha trovato nel giocatore e nel tifoso argentino il «cattivo» ideale. Non si tratta di negare le contraddizioni di un Paese, né di trasformarlo in un’eccezione morale. Si tratta di smontare una narrazione che, di fronte all’incapacità di spiegare una supremazia sportiva, finisce per confondere l’identità con la barbarie.

L’ACCUSA è ancora più sorprendente per via della contraddizione su cui si fonda. La stampa che dipinge il calciatore sudamericano come un giocatore sleale è la stessa che poi lo celebra ogni fine settimana quando difende la maglia del Real Madrid, del Manchester City, dell’Inter o del Liverpool. Giocatori che sono i capitani, le stelle, e spesso il cuore pulsante dei più potenti club del continente. È complicato accettare che un giocatore che rappresenta il massimo livello di professionalità e disciplina dal lunedì al venerdì in Europa poi, una volta che indossa la maglia della sua nazionale, si trasformi in un selvaggio. I campionati che l’Europa mette in mostra come modello d’eccellenza vivono, in larga misura, del talento e della formazione degli stessi calciatori che vengono poi stigmatizzati quando rappresentano il loro Paese.
Questo doppio standard si appalesa anche nel modo in cui vengono giudicati gli episodi in campo. Se un difensore europeo ricorre a un fallo tattico per fermare un contropiede la stampa parla di esperienza, di mestiere o di intelligenza competitiva. Se la stessa identica azione la realizza un argentino, il linguaggio cambia di colpo e compare il vocabolario della delinquenza. Ci si aspetta che il calciatore sudamericano accetti con rassegnazione gli errori arbitrali e le provocazioni, un atteggiamento che raramente viene preteso da un giocatore europeo. Il contrasto si fa ancora più evidente se il capitano di questa squadra è Lionel Messi, probabilmente il calciatore che ha subito più falli negli ultimi vent’anni, e che ha costruito l’intera sua carriera rispondendo con il calcio molto più che con la violenza. Presentare come delinquenti una nazionale capitanata da Messi rivela molto di più su chi scrive quei titoli che su chi poi scende in campo.

QUANDO LA SPIEGAZIONE calcistica non basta già più, ecco entrare in scena un altro espediente: la teoria che la FIFA e Gianni Infantino favorirebbero deliberatamente l’Argentina. È un’ipotesi affascinante perché semplifica la sconfitta, ma resiste poco a un’analisi seria. La FIFA non prende decisioni basandosi sul prodotto interno lordo dei Paesi, ma sulla portata globale dello spettacolo. E Messi non è solo un cittadino argentino: è un brand sportivo di dimensione planetaria. È chiaro che la sua consacrazione definitiva avesse un appeal commerciale enorme. Ben altra cosa, però, è trasformare questo interesse economico nella prova di un torneo manipolato. Se il calcio rispondesse solo e unicamente al potere finanziario, i principali beneficiari sarebbero, ma da decenni, le grandi potenze europee e non un paese periferico, la cui principale esportazione, in questo ambito, continua a essere il talento dei suoi calciatori.

Il fatto è che la delegittimazione non è che si ferma al terreno di gioco. Si estende alle tribune, e cerca di trasformare la passione argentina in un’anomalia culturale. È sorprendente che un continente che ancora convive con il fenomeno dell’hooliganismo, con episodi ricorrenti di violenza organizzata e con manifestazioni di razzismo che continuano a fare capolino nei suoi stadi pretenda di impartire lezioni di comportamento ai tifosi argentini. Viaggiare per migliaia di chilometri, spendere i risparmi di una vita per seguire la propria Nazionale e trasformare uno stadio neutrale in un ideale prolungamento del proprio quartiere può apparire eccessivo. Ma non è né un reato né una patologia. È una maniera di vivere il calcio che nasce da un’identità collettiva e da un senso di appartenenza difficilmente riproducibile attraverso una campagna pubblicitaria o una strategia di marketing.

FORSE è proprio per questo che quei titoli che ho visto a Madrid parlano più dell’Europa che dell’Argentina. Non si usa la parola delinquenti per definire una squadra di calcio: si usa per costruire un nemico. È la strategia di un sistema abituato alla concentrazione del potere economico, dei migliori club e di buona parte dell’industria dello spettacolo, un sistema che però poi scopre, di tanto in tanto, che esistono ancora cose che il denaro non può comprare. Una tradizione calcistica, un modo di intendere il gioco, una mistica collettiva che continuano a sfuggire alle logiche del mercato. Quando succede qualcosa del genere, l’avversario smette di essere soltanto un avversario. Ha bisogno di diventare un problema morale. E anche questa trasformazione dice assai di più su chi accusa che su chi viene accusato.

Commenti

Post popolari in questo blog

'SONO LORO I MIEI CARCERIERI SEI ANNI FA RAPIRONO ANCHE ME'

I 100 cattivi del calcio

Echoes' Cycling Biography #4: Jean-Pierre Monseré