Post

Gran sabato italiano

Immagine
Che sabato, il sabato italiano all'estero. Chissà in quale delle sei lingue che Pep padroneggia l'avrà pensato: l'Italian Connection funziona. Pure troppo. Prima il rigenerato Chelsea di Antonio Conte. Ora il risorto Leicester City di Claudio Ranieri. E magari, al prossimo turno, forse il Watford di Walter Mazzarri e del redivivo Stefano Okaka, ai primi due gol nella sua nuova sqaudra inglese nel 3-2 sull'Everton. Il primo, di tacco, maledettamente simile al 2-1 di Roma-Siena del 31 gennaio 2010. Il giorno prima di partire per Londra per sei mesi in prestito al Fulham. Roba di ormai sette anni fa. Sotto il diluvio al King Power stadium si assisteva invece al remake del film visto quasi un anno fa, il 6 febbraio all'Etihad, dove il Leicester vinse 3-1 e capì di poter ambire allo storico titolo poi conquistato. Anche stavolta, City sotto già al terzo minuto. Allora fu doppietta di Huth, stavolta tripletta di Vardy, sbloccatosi due volte in venti minuti e tre in set...

HOOPS MEMORIES - Quel tiro che Selvy non riuscì a fare

Immagine
di CHRISTIAN GIORDANO Giocatore di college per la stagione 1954, due volte capocannoniere e in un'occasione autore di 100 punti in una partita, Frank Selvy, guardia di 1,87, fu la prima scelta al draft NBA nell'agosto di quello stesso anno. I Baltimore Bullets lo avevano preferito a star del calibro di Bob Pettit e Gene Shue, scelta giudicata eccellente perché Selvy pareva avere i mezzi per adattarsi al gioco pro'. Dopo un mese Frank era già il tiratore scelto della lega, ma i Bullets a fine novembre erano già falliti. Il contratto di Selvy fu assegnato ai Milwaukee Hawks, dove egli fu raccolto dove era rimasto a Baltimore. Selvy fu selezionato per giocare nell'All-Star Game della NBA, e finì quinto nella lega nei punti con una media di 19 punti a partita. L'alba di una star NBA fu interrotta quando Selvy fu reclutato nell'esercito dopo 17 partite della sua seconda stagione nei pro'. Nei suoi diciotto mesi in Germania, s'infortunò al ginocchio ...

HOOPS PORTRAITS - Bird, sessant'anni di Leggenda (2016)

Immagine
https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano-ebook/dp/B07JC4X181/ref=sr_1_3/258-8826256-2736166?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1542651606&sr=1-3&refinements=p_27%3AChristian+Giordano «Uno dei miei primi anni nella NBA, Artis Gilmore, che allora giocava a Chicago, mi disse che se volevo durare a lungo in questa lega, dovevo smetterla di tuffarmi come un pazzo.  Gli risposi che era lui il matto e che io sapevo giocare solo così.  Col passare degli anni iniziai a sentire gli acciacchi e adesso capisco cosa volesse dire, ma ancora oggi non riesco a cambiare il mio modo di giocare». - Larry "Legend" Bird di CHRISTIAN GIORDANO «Non difende, non corre, non salta». Vero, ma per il resto è stato IL manuale del basket, Larry Joe Bird. «Bianco sopravvalutato» per Isiah Thomas, il “Baby Face” perfido capobanda dei Bad Boys di Detroit campioni NBA ’89 e ’90. Semplicemente “Larry Legend”, per ogni innamorato del Gioco cui il destino ha smazzato...

Amsterdam 1966 - “The Fog Game”, nasce il Calcio Totale

Immagine
di CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo La "Partita della nebbia". In Italia, a milanisti e no, il ricordo va subito a Stella Rossa-Milan, ritorno degli ottavi di Coppa dei Campioni 1988-89. Ma in Olanda al suono di quelle parole ai vecchi tifosi dell’Ajax luccicano gli occhi.  Fu allora che, battendo il grande Liverpool dello spocchioso Bill Shankly, una squadra fatta di giovani del vivaio capì di essere già fra le grandi d’Europa. E “The Fog Game” assurse a leggenda.  Amsterdam, 7 dicembre 1966, stessa Coppa ma secondo turno, 55.722 paganti affollano lo stadio Olimpico per vedere... il nulla.  Una fitta cappa avvolge la capitale olandese, ma l’arbitro italiano Antonio Sbardella (padre della Marina giornalista di Telemontecarlo poi diventata La7) sostiene, beato lui, di riuscire a vedere da porta a porta. I giocatori non ci riescono, ma il fischietto romano vuole che si giochi e tanto basta.  L’Ajax dei giovani, brutto anatroccolo quasi retrocesso...

LA VITA È UN PALLONE ROTONDO (N. 10)

di Michele Di Virgilio 5 dicembre 2016 Decima puntata. A metà del guado: tra l'esito del referendum e i bollettini pallonari del fine settimana. In fondo, parafrasando Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz, il calcio non è che la continuazione della politica con altri mezzi. 1. Si è trattato di un referendum che ha assunto connotati politici lapalissiani. Con delle conseguenze inevitabili:  i) non si andrà alle elezioni prima del 2018, le urne si apriranno allo scadere dei quattro anni e sei mesi di legislatura, quando saranno maturati i requisiti necessari per pensioni, vitalizi e benefit ;  ii) nessun partito, (forse) eccezion fatta per il M5S (il programma e la squadra di governo?), è pronto per il voto primaverile, con la destra divisa in mille rivoli (Salvini gioca a fare il Robespierre, ma sa bene che, senza B., non può neppure respirare: perché il centrodestra, compreso Angelino «Jolie» Alfano, che tornerà all'ovile in men che non si dica, sarà riunito sotto l...

Il Clásico degli altri fenomeni

Immagine
È stato, com'era prevedibile, il Clásico dei fenomeni. Non i soliti due, però. Quegli altri. Quelli meno mediatici, uno per parte. Uno per tempo. Il primo l'ha comandato el Madrid come non succedeva da anni, specie al Camp Nou, diventato per almeno un'ora casa di Luka. Luka Modrić .   Il secondo l'ha colorato di blaugrana Iniesta, entrato guarda caso al 60' dopo l'infortunio che lo aveva tenuto fuori dal 28 ottobre a Valencia. Messi, al primo Clásico da Capitano, gli ha infilato al braccio la senyera catalana e a momenti don Andrés la chiude lui la partita spaccata al 53' dal solito Luis Suárez, con nove gol secondo con la Pulga nei marcatori della Liga, a meno uno dal pichichi Ronaldo. Ma come successo nel pomeriggio duemila chilometri più a nord in Manchester City-Chelsea, anche in Barça -Real in serata il gol ha premiato la squadra che più pareva in difficoltà. E così, il Barça che ha sprecato l'impossibile due volte con Neymar e una con Mes...

Pep vs Conte, praticamente amici

Immagine
Uno contro l'altro, per la prima volta, e forse anche per questo praticamente amici. Pep Guardiola e Antonio Conte al gran ballo dei debuttanti in Premier League. Il Man City è partito meglio: sei vittorie su sei in campionato prima della sconfitta col Tottenham. Il Chelsea, che si era illuso battendo le piccole West Ham, Watford e Burnley, ha cambiato pelle dopo le lezioni subite contro le grandi Liverpool e Arsenal; e da allora ha calato un settebello che l'ha issato in vetta a +1 su Liverpool e Man City. Per il City la seconda miglior partenza dopo quella da 35 punti in 13 gare nel 2011-12, la stagione del titolo con Mancini. Quella del Pep però è tutta un'altra squadra, per giocatori e princìpi di gioco. Diversissimi. Come diversissimi sono sempre stati Guardiola e Conte. In campo si sono trovati da avversrai solo una volta, il 27 aprile 2003: 30esima di Serie A. La Juventus di Conte (che colpì un palo) batté 2-1 il Brescia di Guardiola, ammonito per fallo tattico su...

The forgotten story of ... Danish Dynamite, the Denmark side of the mid-80s

Immagine
https://www.theguardian.com/football/blog/2009/oct/13/forgotten-story-denmark-1980s?guni=Article:in%20body%20link They won nothing, but the ultra-attacking team of Elkjaer, Laudrup and the Olsens were one of the most interesting in football history by Rob Smyth and Lars Eriksen NB: This is a feature-length piece, so you might want to print it off and read it on the way home. Not if you're driving, obviously. guardian.co.uk is not legally responsible for any bumpers damaged in the reading of this article Winning is for losers. Many of life's more interesting stories focus on those who didn't quite make it; who didn't get the girl or the job or the epiphany or even the Jules Rimet trophy. Johan Cruyff said his Holland side of the 70s were immortalised by their failure to win the World Cup and, when World Soccer invited a group of experts to select the greatest teams of all time a couple of years ago , three of the top five sides won nothing: Hungary 1953, Holl...

SEVENTIES - Nish, il Derby nel cuore

Immagine
di Christian Giordano Ragazzo prodigio vincitutto con l’Inghilterra giovanile, David Nish (Burton-on-Trent, 26-9-1947) va in panchina con la prima squadra del Leicester City quando ancora va a scuola. Nei Foxes va in gol già al debutto, contro lo Stoke City, nel dicembre 1966, e subito sciorina una sorprendente versatilità, da fantasista a interno assai difensivo e infine come terzino fluidificante. All’eleganza innata abbina efficacia, affabilità e carisma. E a Wembley 1969, non ancora ventiduenne, è il più giovane capitano in una finale di FA Cup. Prima di lasciare Filbert Street, somma 10 caps nell’Inghilterra Under 23 e diverse presenze nella selezione di Football League. Riportato il Leicester City in massima divisione nel 1970-71, firma per il Derby County neocampione: 225.000 sterline, la cifra-record del calcio britannico scucita da Brian Clough per portarselo al Baseball Ground. Alla fine della prima stagione ai Rams, il 12 maggio 1973, arriva la prima delle sue 5 ...

SEVENTIES - Il destino bastardo di Willie Maddren

Immagine
di CHRISTIAN GIORDANO Mai stato fortunato, William Dixon "Willie" Maddren (Billingham, 11 gennaio 1951). Invitato a un provino al Leeds United, non poté presentarsi per via di una caviglia fratturata e l'opportunità svanì. Mors tua vita mea, ne approfittò il Middlesbrough per cui firmò nell'estate del 1968. Impiegato come centravanti, segnò già al debutto in campionato nella sconfitta per 3-2 contro il Bury e si ruppe il naso. Nelle due successive stagioni, diventa una sorta di utility man prima di trovare definitiva collocazione come centrale difensivo. Con il capitano Stuart Boam forma una coppia dall'intesa quasi telepatica e trascina il Middlesbrough al titolo della Second Division 1973/74, e per lui arrivano anche 5 caps nell'Inghilterra Under 23. Il mix di aggressività e determinazione, unito all'istintiva capacità di leggere il gioco, sembravano il preludio per un radioso futuro in nazionale maggiore, ma un grave infortunio a un ginocchi...

"Goat" Manigault, una vita da film

Immagine
https://www.amazon.it/Earl-Manigault-Greatest-Basketball-Portraits-ebook/dp/B01C3FJNGG di CHRISTIAN GIORDANO Nonostante la sceneggiatura non sempre coerente di Alan Swyer e Larry Golin, Rebound – The Legend of Earl “Goat” Manigault (“Più in alto di tutti” nella versione italiana) resta un buon film di basket, ma soprattutto un mini-trattato sul talento sprecato, su quel che poteva essere e non è stato, sulle umane fragilità. Prodotto per la tv via-cavo nel 1996 dalla HBO, è uscito poi anche in home video.  Il film inizia con un’intervista al grande Kareem Abdul-Jabbar al quale viene chiesto chi fosse stato l’avversario più forte incontrato in carriera. Un nome, solo uno. «Se devo fare solo un nome... Accidenti... Può essere soltanto Goat». Goat, Goat Manigault. Flashback. Harlem, 1959. Earl Manigault (Colin Cheadle negli anni giovanili) è un ragazzo timido e indigente che frequenta la Benjamin Franklin High School e domina, con le sue straordinarie doti atletiche,...

"Goat" Manigault - Il Re è morto, evviva il Re

Immagine
https://www.amazon.it/Earl-Manigault-Greatest-Basketball-Portraits-ebook/dp/B01C3FJNGG di CHRISTIAN GIORDANO «Sono un uomo ricco. Basta guardare le mie braccia. Tutti i miei soldi li ho nelle vene». È finito sul New York Times, e non poteva che finirci da quel re che è sempre stato. Re del quartiere, dell’eroina, del playground. Nell’edizione di venerdì 16 giugno 1989, esce un articolo intitolato «A Fallen King Revisits His Realm» . Il re caduto rivisita il suo regno.  «Se non centri bene la vena, il braccio si gonfia. Noi li chiamiamo “misses”». Perse. Come le palle in campo, come le occasioni di una vita che non si poteva rimettere in piedi. Il weekend precedente Earl “The Goat” Manigault, «il più talentuoso atleta dei playground newyorchesi a non avercela mai fatta nella NBA», era tornato a casa. Notare la sottigliezza: atleta, non giocatore. E fa tutta la differenza del mondo. All’epoca, Manigault viveva sotto la soglia di povertà a Charleston, South...

SEVENTIES - Gol di Gemmill, l'inutile al dilettevole

Immagine
di CHRISTIAN GIORDANO «Era il mondiale del '78. L'Olanda, che stava andando bene, giocava contro la Scozia, che stava andando male. Lo scozzese Archibald Gemmill ricevette palla da Hartford e fu abbastanza educato da chiedere agli olandesi di danzare suelle note di un solitario suonatore di cornamusa. Wildschut fu il primo a cadere, la testa voltata, ai piedi di Gemmill. Poi lasciò lì Suurbier a ballare nella polvere. A Krol andò anche peggio: Gemmill gli fece il tunnel. E quando gli si fece incontro il portiere Jongbloed, lo scozzese lo scavalcò con un pallonetto». Così l'immenso Galeano, ne Splendori e miserie del gioco del calcio, consegnò all'immortalità il gol di Archie Gemmill. «A brilliant individual goal by this hard little professional has put Scotland in dreamland!», così invece parlò David Coleman, che in telecronaca non fece in tempo a celebrare la prodezza del piccoletto duro a morire, il 3-1 degli scozzesi, e «the miracle was beginning to happe...