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HOOPS PORTRAITS - I ferri del mestiere di Halbrook

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https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano/dp/1731583168/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr= di CHRISTIAN GIORDANO Wade “Swede” Halbrook, 2.19 per 107 kg, approdò tardi nella NBA, a ventisette anni, ma il suo segno lo lasciò eccome.  Ingaggiato dai Syracuse Nationals nel 1960 e propagandato – su insegne e cartelloni pubblicitari – come “il più alto giocatore di basket del mondo”, Halbrook, una sorta di Rik Smits ante litteram, all’epoca era davvero il più alto giocatore di sempre nella storia della lega, ma il suo soprannome, lo Svedese, era, in effetti, del tutto improprio date le sue origini tedesco-olandesi. Halbrook fu uno dei personaggi più insoliti della NBA. Anticonformista, timido e introverso, aveva come hobby quello di lavorare a maglia (!), innocuo diversivo che, a suo dire, lo aiutava a rilassarsi. Tra lo sconcerto di compagni di squadra e dirigenti dei Nats, portava con sé in trasferta ferri e gomitoli, ma alla fine, per tu...

Johnny Green, The Jumpin’ Machine

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di CHRISTIAN GIORDANO Jumpin’ Machine : perché su quelle molle che aveva per gambe ci ha costruito una carriera. E che carriera: 14 stagioni e mille partite in NBA tra Kansas City Kings e Cincinnati Royals.  Originario di Dayton, Ohio, dov’è nato l’8 dicembre 1933, a basket aveva giocato zero alla Paul Laurence Dunbar high school. E prima di andare al college a vent’anni, durante la guerra di Corea (perché guerra vera è stata) si era arruolato nei Marines. Prima, aveva lavorato in una pista di bowling, poi per una ditta di costruzioni e infine come addetto in una discarica. Dettaglio non trascurabile: ancora non arrivava al metro e ottantadue, ma saltava. Oh, se saltava.  Durante la leva crebbe fino a 1,94 e nel 1954 entrò nella squadra di basket della base militare USA di Atsugi, in Giappone. «Una sera stavo facendo qualche tiro a canestro e incrociai Tom Foster, l’allenatore di basket della base. Mi chiese se mi sarebbe piaciuto far parte della squadra. «Io? ...

HOOPS PORTRAITS - “Hot” Rod Hundley, una vita da clown

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https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano/dp/1731583168/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr= di CHRISTIAN GIORDANO Dipinto da alcuni come una sorta di giullare del parquet e da altri come il Globetrotter bianco, a “Hot” Rod Hundley ogni definizione pare andar stretta: è stato sì uno dei più brillanti showmen ad aver mai rallegrato un campo di basket, ma la sua carriera sarà sempre considerata come quella di un potenziale gran talento mai del tutto espresso. Strombazzata stellina di high school a Charleston, nel West Virginia, Hundley era destinato a North Carolina State quando, nel 1953, la NCAA annunciò (e applicò) delle sanzioni disciplinari contro l’ateneo. Hundley optò allora per la University of West Virginia e mise in atto il suo difficile progetto di piazzare i Mountaineers sotto i riflettori della ribalta nazionale. Esile ala di 1.92 con un biondissimo (e americanissimo) taglio a spazzola, da sophomore Hundley, infilando con pe...

Il sesto senso di Frank Ramsey

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di CHRISTIAN GIORDANO Nella NBA di oggi il ruolo di sesto uomo è imprescindibile, che sia un realizzatore "di striscia", una point guard capace di spezzare il ritmo partita o di un rimbalzista per conquistare o riprendere il controllo dei tabelloni. Per rendere onore a questi specialisti la lega ha istituito il Sixth Man Award, e il primo a vincerlo, nella stagione 1982-83, fu Bobby Jones dei Philadelphia Sixers che quell'anno vinsero il titolo.  Ricordate la strofetta di quel tifoso immortalato in varie VHS ufficiali? «Little Mo, Big Mo, the Doctor, Andrew Toney, and Iavaroni, no baloney! Sixers all the way». Ecco, il primo a uscire dalla panchina di coach Billy Cunningham, l'ex Kangaroo Kid che a Philly il titolo lo vinse da giocatore nel 1967, era appunto Bobby Jones. Il mago dei tagli dentro. Fino all'avvento di Frank Ramsey, però, un simile ruolo non c'ìera mai stato.  Ramsey era appena 1,90 ma al college aveva giocato centro a Kentucky, c...

HOOPS PORTRAITS - Take it Easy, Ed

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di CHRISTIAN GIORDANO Alto 2,02 ma così esile da non superare gli 85 chili, Edward Charles Macauley tutto aveva tranne che la prestanza fisica da lungo NBA. Ma come uno dei più forti della lega tra gli anni '40 e '50, fu "Easy Ed" a dimostrare che sotto i tabelloni dei pro' c'era posto anche per un pelle e ossa privo di forza bruta, a patto che sapesse muoversi, tirare e trattare la palla come lui. Cosa rara ai tempi, e pure oggi, per un big man .  Originario di St. Louis, nel Missouri, e classe 1928, Macauley aveva frequentato la St. Louis University, e ne aveva stravolto il programma cestistico. Prima del suo arrivo, i Billikens (nick dall’omonimo bambolotto portafortuna immaginato in sogno e brevettato nel 1908 da un'illustratrice di Kansas City, Florence Pretz: un elfo cicciotto con cresta, orecchie a punta e sorriso malizioso) richiamavano al campus, dove a tutt’oggi campeggia la statua di Billiken, non più di quattrocento anime. Prima che...

John "Bud" Palmer, il pioniere del jumper in corsa

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di CHRISTIAN GIORDANO Figlio di "Lefty" Flynn (Flynn il mancino), eroe di un western muto ed ex stella del football a Yale, John "Bud" Palmer era destinato a una vita straordinaria. Californiano di Hollywood, classe 1921, e istruito alla boarding school Le Rosey in Svizzera e poi alla Phillips Exeter Academy, fu uno dei primi atleti a diventare un radiotelecronista sportivo di successo. All-American di lacrosse, calcio e basket a Princeton nei primi anni '40, fu sul parquet che trovò imperitura fama come pioniere del jumper in corsa. Il semi-mitologico Angelo Luisetti di Stanford aveva già reso popolare il jump shot, ma "Hank" lo eseguiva da fermo. Palmer invece pensava che il tiro in sospensione potesse essere più pericoloso se fatto partire prima dell'arresto del tiratore. Il suo coach a Princeton, Cappy Capon, lo riteneva troppo rischioso. Quando però si accorse che Palmer la boccia la metteva eccome, coach Capon, che stupido non era, si ...

Jumpin' Joe Fulks, il padre del jump shot

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di CHRISTIAN GIORDANO A parte rarissime eccezioni (vedi Giannis Antetokounmpo) oggi è quasi impossibile per una franchigia NBA scoprire un grande talento ancora sconosciuto o quasi. Ma nei lontani anni Quaranta, quando scouting e reporting scientifici non erano nemmeno concepibili, poteva succedere, e così andò nel caso di Joe Fulks. Il padre del jump shot. Nato nel 1921 a Kutawa, nel Kentucky, aveva giocato per il locale, minuscolo Murray State Teachers College. Poi, durante la Seconda guerra mondiale, si era arruolato nei Marines per un periodo di ferma di quattro anni. Durante il servizio militare Joe giocò parecchio a basket e poté misurarsi contro numerosi All-American universitari, esperienza che lo convinse di poter ben figurare anche nei pro'. Dello stesso avviso era Petey Rosenberg, ex cestista professionista che lo aveva visto giocare a Pearl Harbor. Rosenberg lo raccomandò (in senso buono) a Eddie Gottlieb, il suo vecchio boss ai Philadelphia Warriors, c...

HOOPS PORTRAITS - Bob Davies, un grande avvenire dietro la schiena

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di CHRISTIAN GIORDANO Oggi il palleggio dietro la schiena lo diamo per scontato, è un fondamentale da ordinaria giornata in ufficio anche per i lunghi cui sia stato concesso anche solo un minimo di campo aperto. Ma fino agli anni quaranta una giocata del genere non si era mai vista. A cambiare tutto questo fu il piccolo, piccolissimo Bob Davies . Guardia di 1,48 (!) sempre in panchina alla junior high, e forse non solo per la mini-statura, Davies rivisitò con il suo elegante palleggio un movimento già esibito - con un gesto tecnico simile, ma al rallentatore - da Angelo "Hank" Luisetti, l'"inventore" del jump shot. Bob cominciò a esercitarsi su quel movimento ma a velocità sempre più sostenute. Dopo tre anni di prove esibì, nella sua ultima stagione alla John Harris di Harrisburgh, Pennsylvania, quello che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica.  Al college, a Seton Hall University via-Franklyn & Marshall, ci finì però con una borsa d...

Wayne Estes - Morte di un promesso giocatore

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di CHRISTIAN GIORDANO Nel marzo 1990 il mondo del basket fu scosso dall'improvviso decesso di Hank Gathers, ala della Loyola Marymount e, l'anno prima, miglior marcatore e rimbalzista della NCAA. Venticinque anni addietro, la vita di un'altra rivelazione del college basketball era stata spezzata altrettanto brutalmente. Stella in tre sport alla high school di Anaconda, cittadina mineraria (rame) del Montana, Wayne Estes era la quintessenza dell'All-American. All-State nel football e nel basket e poi campione statale nel lancio del peso, era anche un ottimo studente. Nell'autunno del 1961 s’iscrisse a Utah State, ma per qualcuno era un po' troppo sovrappeso e goffo per sfondare nel basket universitario. Soprannominato "Baby Huey" come il panciuto personaggio dei fumetti, Estes, da 1,97 per quasi 115 kg, si era presentato al via della stagione con 12 kg in meno e in più tanto lavoro sul tiro in sospensione e sul gancio in corsa, arma che ...

Terry Dischinger, piuttosto l’ingegnere

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di CHRISTIAN GIORDANO Bravo studente di ingegneria chimica che frequentava Purdue grazie ad una borsa di studio accademica, in campo Terry Dischinger si rivelò una gradita quanto insperata sorpresa anche per i Boilermakers. Nonostante la fitta agenda di impegni che gli concedeva meno di quattro ore di sonno per notte, Dischinger, esile ala di 1.97 per 85 kg, da sophomore fu capocannoniere della Big Ten, stabilendo anche, in virtù di un tiro da fuori preciso e di una certa propensione a colpire bene i tabelloni, sette record realizzativi dell’ateneo. Dopo quella stagione il diciannovenne Dischinger fece parte della selezione americana che vinse l’oro alle Olimpiadi di Roma 1960. Terry, il più giovane cestista USA in una competizione olimpica, fu il miglior marcatore fra le ali della squadra e secondo solo ai leggendari Oscar Robertson e Jerry West nella graduatoria assoluta. Avendo già provato quello che secondo molti era l’emozione di tutta una vita, Terry ritornò a Purd...

Jack Molinas, il fiore del male

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di CHRISTIAN GIORDANO Jack Molinas è stato uno dei più grandi giocatori del college basketball degli anni ’50. Ala di 1.97 della Columbia University, aveva tutto per sfondare. Aveva un ottimo tiro, era rapido, forte e un rimbalzista di grande istinto. Ma la dote che più lo contraddistingueva era l'eccezionale intelligenza (QI: 175).  A Columbia, riscrisse il record book dell’istituto. Viaggià alla media di 18 punti a partita, e i suoi 31 rimbalzi in una gara, contro Brown, sono ancora un primato dell’ateneo. La notorietà vera però la raggiunse per traguardi extrasportivi, e tutt'altro che edificanti. Da sophomore fu sospeso per un semestre per aver scagliato dalla finestra uno specchio. Il tempo perduto lo recuperò frequentando le lezioni durante l’estate, e lasciata la Columbia University, nel 1953, fu la prima scelta al Draft NBA dei Fort Wayne Pistons, la terza assoluta dopo le tre territorial picks (Ernie Beck, Walter Dukes e Larry Hennessy) e le stellin...

Alex "The Nose" Groza, lo Shoeless Joe della NBA

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di CHRISTIAN GIORDANO Alex “the Nose” Groza era il fratello di quel che Lou Groza poi assurto alla notorietà come placekicker nella NFL, la maggiore lega pro di football americano. I due erano cresciuti a Martins Ferry, nell’Ohio, località che qualcosa di particolare dovrà pur averla se è vero che ha dato i natali anche ai fratelli Niekro del baseball e, per tornare al basket, ad un certo John Havlicek. Ma Alex avrebbe potuto sfondare forse più di tutti questi messi assieme. Già, avrebbe. Possente ala di 1.99, Alex era il lungo dell’indimenticabile Kentucky che, nel 1948, fu ribattezzata “The Fabolous Five”, i fantastici cinque. Quella formazione andò sul 34-2 e vinse il primo campionato nazionale nella storia dell’ateneo. In finale Groza, MVP del torneo, segnò un team-high di 14 punti nella vittoria per 58-42 su Baylor e compagni. Tutti e cinque i titolari di Kentucky si assicurarono un posto nella squadra olimpica USA che quell’estate vinse a Londra la medaglia d’oro,...

Kurland, c’è chi dice no

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di CHRISTIAN GIORDANO  Bob Kurland era nato a St. Louis nel 1924 e a tredici anni misurava già 1.97. Pur non essendo un atleta naturale Bob ai tempi del liceo si avvicinò al basket e grazie al duro lavoro e alla continua crescita, migliorò tanto da riuscire a giocare, al college, per Oklahoma A&M (oggi Oklahoma State). Da sophomore Kurland diventò prima titolare e poi, udite udite, All-American. Ebbe di media tredici punti a partita, ma lasciò il segno soprattutto per i sapienti passaggi, i blocchi sempre devastanti e le micidiali stoppate che rifilava a destra e a manca una volta appostato sotto i tabelloni. Ma alla NCAA quella tattica di interferire a canestro portata a livelli di perfezione assoluta da Kurland (e dal grande George Mikan di De Paul), dava alquanto fastidio e così l’anno successivo mandò un arbitro ad osservarlo in una gara alla Oklahoma University. Il poveruomo, seduto su una piattaforma posta sopra il canestro, doveva da controllare che la ma...

Rick "The Rocket" Mount, il razzo mai esploso nei pro'

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di CHRISTIAN GIORDANO Il primo liceale in copertina su Sports Illustrated, il 14 febbraio 1966. Già questo basterebbe a incastonarlo nella storia ma Rick “The Rocket” Mount, tre volte All-American all'high school, è stato molto di più. Forse, il tiratore in sospensione più puro di sempre. Nato a Lebanon, nell’Indiana, dove il padre era stato una stellina al liceo locale, Mount fin dalle elementari aveva attirato folle immense (ma in fondo abituali nell’Hoosier State) di spettatori che accorrevano in massa per vederlo tirare quei missili che mai mancavano il bersaglio. Finite le superiori, oltre 250 college erano pronti a offrire borse di studio alla «Brightest Star in High School », la più luminosa stellina prossima a illuminare il firmamento universitario e, chissà, magari anche professionistico. Molti fra gli scout più importanti giuravano infatti che fosse già lui il miglior tiratore dalla distanza, Jerry West e l’intera NBA compresi. Esageruma nen? Può darsi. Fors...

HOOPS PORTRAITS - Joe Lapchick, il primo grande centro

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https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano-ebook/dp/B07JC4X181/ref=asap_bc?ie=UTF8 di CHRISTIAN GIORDANO © Rainbow Sports Books © Autentico totem cestistico che avrebbe dedicato cinquant'anni di vita al gioco del basket, Joe Lapchick era nato il 12 aprile 1900 a Yonkers, nello Stato di New York, appena fuori la City. Il padre, di origini cecoslovacche, era arrivato negli Stati Uniti a dodici anni. I tempi erano duri e una volta terminate le elementari Joe cominciò a lavorare per aiutare il genitore nel mantenimento della famiglia. Uno dei suoi primi lavori fu fare il caddie (portamazze) in un campo da golf situato a poca distanza da casa. Fra i frequentatori c'erano la star del baseball Christy Mathewson, il giornalista sportivo Grantland Rice e il cantante Al Jolson. A tredici anni Joe era già 1,90, statura che, ai tempi, ne faceva un naturale prospetto cestistico. E infatti Lapchick non aveva ancora compiuto quindici anni che già raccogliev...

Lo spazio olandese

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http://www.ultimouomo.com/lo-spazio-olandese/ Un estratto da Brilliant Orange, il capolavoro di David Winner sul calcio olandese. «Cos’è Dio? Dio è lunghezza, altezza, larghezza, profondità.» - San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), da Interior Light di Jan Dibbets L’unico vero pilastro del calcio olandese è lo spazio. Altre nazioni e altre culture calcistiche possono aver prodotto migliori cannonieri, talenti individuali più folgoranti, squadre più affidabili ed efficienti in termini di trofei vinti. Ma nessuno ha mai immaginato o strutturato il proprio gioco in modo così astratto, architettonico e con uno stile così calibrato come gli olandesi. Il Calcio Totale era basato su una nuova teoria di flessibilità spaziale. Come Cornelis Lely nel Diciannovesimo secolo aveva concepito e realizzato l’idea di creare nuovi, giganteschi polders[ 9 ], e di alterare le dimensioni fisiche dell’Olanda sfruttando le dighe e la nuova tecnologia a vapore, così Rinus Michels e J...