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Vuelta: bis di Froome, Nibali da podio

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Signore del tempo e della generale, Chris Froome. Il più forte, non solo a cronometro - e si sapeva - ma, sin qui, anche della Vuelta 2017. La maglia rossa ha chiuso i 40,2 km dal Circuito de Navarra a Logroño in 47 minuti netti, a 51,319 km/h di media. Un mostro. Secondo, a 29 secondi, un altro specialista come l'olandese Kelderman, terzo nella generale a 2'40". Si sono difesi benissimo Nibali, terzo all'arrivo a 57" e sempre secondo nella generale, ma ora a 1'58"; poi Zakarin e Contador, quarto e quinto sia al traguardo (a 59 secondi) sia in classifica: a 3'07" il russo, a 4'58" lo spagnolo, all'ultima recita della carriera. Il capitano del Team Sky, che a luglio aveva vinto il Tour senza successi di tappa, in Spagna ha già concesso il bis. E non è finita. Nibali e gli altri hanno ancora tredici salite per scalzarlo dal trono. Ma sarà dura, durissima: almeno quanto l'Alto de Los Machucos già mercoledì e l...

Coleen minaccia di mollare Rooney

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Extra Time, La Gazzetta dello Sport, 5 settembre 2017 Non contento di essere stato arrestato ubriaco al volante la settimana scorsa (motivo per il quale apparirà in tribunale il prossimo 18 settembre), ora Wayne Rooney, 32 anni a ottobre, rischia pure il divorzio. Stando infatti ai tabloid, la moglie Coleen (incinta del loro quarto figlio) non avrebbe per niente gradito che il marito fosse alla guida dell’auto di Laura Simpson, quando è stato fermato dalla polizia ed è convinta che lui avesse ben altre intenzioni che limitarsi ad accompagnare a casa la ragazza incontrata al Symposium Bar. Da qui la decisione di Coleen di passare il fine-settimana a casa dei genitori con i tre figli (Kai, quasi 8 anni, Klay, 4, e Kit, 1) per chiarirsi le idee. Mentre il Sun riporta di un calciatore in pena «perché convinto che il matrimonio sia ormai finito». E a puntare il dito contro l’attaccante dell’Everton, ex Manchester United e primatista di gol in nazionale (53), è anche lo psicolog...

GIOVANNETTI E LA VUELTA CHE NESSUNO SI ASPETTAVA

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https://sport660.wordpress.com/2017/09/03/giovannetti-e-la-vuelta-che-nessuno-si-aspettava-nel-1990/ di Nicola Pucci 3 settembre 2017 Quando si presenta ai nastri di partenza della Vuelta 1990, Marco Giovannetti altri non è che il vincitore della cronometro a squadre – sui 100 km – alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, associato a Marcello Bartalini, Eros Poli e Claudio Vandelli. Da quei giorni illuminati di gloria a cinque cerchi il gigante milanese, classe 1962, è passato professionista con la casacca dell’Ariostea nel 1985 e nel 1987 ha colto a Tasch al Giro di Svizzera e in due prove del Trofeo dello Scalatore le uniche vittorie in carriera. Certo, ha pure evidenziato buone doti non solo di passista, ma pure di scalatore, a dispetto della stazza, se è vero che nei quattro anni precedenti, dopo il 14-esimo posto al debutto proprio nel 1985, ha chiuso per quattro volte consecutive nei primi dieci della classifica generale del Giro d’Italia, sesto nel 1987 e nel ...

PREFACE - ISSUE 233 / SEPTEMBER 2017

Procycling,  ISSUE 233 / SEPTEMBER 2017 EDWARD PICKERING  EDITOR The ’17 Tour is growing on me. The GC never quite ignited, save for Peyragudes. But the more I look back at the race, the more I appreciate its texture and complexity. Sometimes a Tour improves with age, like wine and cycling journalists.  I like Chris Froome. He’s a great athlete and intelligent company. I even have a soft spot for his style of pedalling – there’s a rhythmic spiky angularity to it which is more jazz than classical but that’s the thing about cycling and music – there’s room for everyone. However, I find Sky’s tactics boring and Froome’s detachment frustrating, even if I understand why he rides and acts the way he does. Of the four Tours he’s won, I only really enjoyed last year’s in terms of the GC. That downhill attack! That crosswind escape with Sagan! Running up the Ventoux! These showed me that Froome is not just a rare physical talent, he is also a racer. There was no suc...

Gianluca Bortolami

http://www.museociclismo.it/content/articoli/11136-Gianluca-Bortolami/index.html Nato a Locate Triulzi (MI) il 28 agosto 1968. Passista veloce. Alto 1,80 m. per 74 kg. Professionista dal 1990 al 2005 con 35 vittorie. Grandi qualità sul passo, le brevi salite e uno spunto veloce degno, per il fondo a monte, di poter emergere su sprint a gruppi ristretti. In altre parole, un uomo da classiche. Questa è la sintesi estrema di Gianluca Bortolami, un corridore dal buon palmares che avrebbe potuto vincere di più se non avesse, spesso, incontrato sulla sua strada la sfortuna. A contribuire a frenare il proprio ruolino professionistico, anche un carattere accomodante, una certa introversione ed una disponibilità verso il gioco di squadra, che non avevano altri vincenti, molto meno dotati di talento rispetto a lui. Uno che esplose presto, prestissimo e che, forse, come molti, ha pagato l'unicità ciclistica nel suo rapporto con lo sport a livello giovanile. Basto citare che ad 11 anni vi...

Adelante, con juicio. Il successo di un’azienda passa da scatole e bar

https://www.ilfoglio.it/economia/2017/08/24/news/adelante-con-juicio-il-successo-di-unazienda-passa-da-scatole-e-bar-149517/ “Azienda ricca, famiglia povera”. Dal nonno Giovanni che diceva di volere lasciare tutto allo zio prete fino a Gianluca. La storia di Carrera jeans, tra crisi e passaggi generazionali di Emmanuel Exitu Il Foglio, 24 agosto 2017 Il nonno Giovanni, che si occupava di tutt’altro, un pomeriggio fece il giro dei nipoti per dare l’imprinting a tutti: “Caro mio, ti voglio tanto bene perciò quando muoio andrà tutto allo zio missionario in Congo. Stai tranquillo che non ti lascio niente”. Gianluca Tacchella esplode con risata luccicante a cento denti, un gigante di 49 anni e quasi due metri con spalle e bicipiti in sospetto di palestra: “Così il nonno ci sistemò tutti. E quando a qualcuno il successo dava un po’ alla testa, cantilenava: ‘ azienda ricca, famiglia povera ’ ma soprattutto ‘attenti che chi cade dalla montagna si fa più male di quello che cade ...

¡Hasta la Vuelta, siempre!

Un quarto e tre secondi posti (l'ultimo nel 2016 fa fra Quintana e Chaves), e con essi la sensazione di incompiutezza, di lavoro non finito. Una sensazione da cancellare con una storica doppietta che manca da 39 anni e lo accumenerebbe a Jacques Anquetil '63 e Bernard Hinault '78, gli unici nella storia a vincere - nella stessa stagione - Giro di Francia e Giro di Spagna. Altri tempi, altro ciclismo: la Vuelta a España era in aprile e si correva in preparazione al Giro o al tour, dal 1995 è invece l'ultima grande corsa a tappe prima del mondiale. I big della generale ci sono tutti, tranne Landa e Quintana - il campione uscente - che ha fallito il doblete Giro/Tour piazzandosi però secondo nella corsa rosa. Correre tutti e tre i grandi giri, sarebbe stato troppo anche per il colombiano che con l'arrivo di Landa sembra sempre più lontano dalla Movistar. Ci sono Bardet e Barguil, rispettivamente terzo e maglia a pois al Tour, e Chaves, sul podio sp...

Il capolinea inglese di Rooney

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http://blog.guerinsportivo.it/calcio/2017/07/10/il-capolinea-inglese-di-wayne-rooney di  Stefano Olivari   Abituati a leggere di nuovi acquisti che hanno sempre tifato per la squadra che li ha acquistati, con tanto di autoriduzione dell’ingaggio, dobbiamo segnalare i rari casi in cui queste situazioni corrispondono a verità. Uno di questi è quello di Wayne Rooney, appena tornato all'Everton dopo 13 anni al Manchester United, per indossare la maglia numero 10 che fu del suo idolo Duncan Ferguson.  Giocando per la squadra allenata da Ronald Koeman guadagnerà la metà, anche se ancora non si conoscono le cifre esatte, di quanto prendeva a Manchester e un quarto della più bassa offerta ricevuta dalla Cina: a quasi 32 anni è presto per andarsi a seppellire in un campionato minore, ma la sensazione è che Rooney non farà una scelta simile neppure a 40. Che cosa gliene importa dei "nuovi mercati"? Lui ha il suo. Rooney infatti non si può spiegare soltanto dal ...

NBA star LeBron James swipes at President Trump while calling for unity after Charlottesville tragedy

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Sntv -  16/08/2017 - 05:18 GMT Sandusky, Ohio, USA. 15 August 2017. LeBron James, Cleveland Cavaliers Forward "I know there's a lot of tragic things happening in Charlottesville, North Carolina . I just want to speak on it right now. I have this platform and I'm somebody that has a voice of command and the only way for us to get better as a society and for us to get better as people is love. And that's the only way we're going to be able to conquer something as one. It's not about the guy that's the so-called president of the United States , or whatever the case. It's not about a teacher that you don't feel like cares about what's going on with you every day. It's not about people that you just don't feel like want to give the best energy and effort to you. It's about us. It's about us looking in the mirror. Kids all the way up to the adults. About all of us looking in the mirror and saying,'What can we do better...

Johnny “Red” Kerr, la grande freddura

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di CHRISTIAN GIORDANO In America li chiamano one-liners , barzellettieri. E nella categoria, Johnny Graham “Red” Kerr, forse il più citabile fra giocatori ed ex NBA, è stato uno degli interpreti più continui e convincenti. Ritenerlo però soltanto un comedian  mancato sarebbe fare un torto alla sua carriera di iron man . Per oltre undici stagioni non saltò neanche una gara: 844 consecutive, seconda striscia di sempre (ma allora un record), e avrebbe potuto essere più lunga se Paul Seymour,  il 4 novembre 1965, non l'avesse interrotta preferendogli, nel frontcourt dei Baltimore Bullets, Jim Barnes e Bob Ferry nella sconfitta di 11 contro i Boston Celtics. L'esclusione aveva sorpreso e deluso la squadra, ma coach Seymour si era poi difeso adducendo la presunta distorsione a una caviglia di Kerr, che invece l'ha sempre negata. A precisa domanda su che cosa lo avesse motivato negli undici anni senza saltare una partita, Johnny rispose à la Kerr: «Temevo che mia mog...

HOOPS MEMORIES - Il segreto di SuperMikan

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https://www.amazon.it/Hoops-Memories-Momenti-basket-americano-ebook/dp/B01JAC2GTQ di CHRISTIAN GIORDANO © Rainbow Sports Books © Nato a Joliet, Illinois, nel 1924, George Mikan crebbe in una famiglia del vecchio mondo con le radici in Jugoslavia. I suoi genitori insistevano molto sull’importanza di una solida istruzione, e il giovane George prese otto anni di lezioni di piano a scuola. Alla fine, ricevette un diploma in pianoforte dal conservatorio, e la sua esperienza alla tastiera si rivelò altrettanto incommensurabile per George anche sul parquet. Per via delle sue dita sviluppò tali forza e destrezza, che sapeva controllare la palla sulle dita molto più facilmente della maggior parte degli altri giocatori. Sebbene fosse già 1.92 all’età di tredici anni, Mikan non giocò molto a basket alla high school. Dovette abbandonare una squadra di high school quando non lo lasciarono giocare con gli occhiali. Soffrì anche di una gamba fratturata che lo mise fuori squadra per un lun...

HOOPS PORTRAITS - Ray Felix, il gattone senza qualità

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di CHRISTIAN GIORDANO C’è stato un altro lungo col 19, ai New York Knicks, prima dell'unico, e solo, capitano Willis Reed. Nonostante la statura ufficiale di "soli" 210 cm, Ray Felix era visto come uno dei primi settepiedi della NBA. E in quanto tale, ha avuto in sorte il destino comune a tutti i freak (scherzi della natura) dell'epoca. I tifosi avversari, vedendoselo passare davanti con quella corsa fisiologicamente scoordinata, gli urlavano di tutto. «Mostro!», «Sce-mo, sce-mo», gli epiteti meno inurbani e più riportabili. Scherni in buona parte ancor più alimentati dalla sua goffa andatura. Quando rientrava in difesa, di lui si scorgevano più che altro le braccia che mulinavano nell'aria. Era sgraziato, di tanto in tanto inciampava e spesso finiva lungo disteso. In campo le cose non erano facili per lui. Fuori, persona sempre gentile e di spiccata sensibilità, sapeva farsi voler bene da tutti. Alla Metropolitan high school di Harlem, doveva gioc...

HOOPS PORTRAITS - Paul Arizin, se questo è un uomo (da NBA)

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https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano/dp/1731583168/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr= di CHRISTIAN GIORDANO Supponete di trovarvi dinanzi ad un’ala NBA di appena 1.92 che ansima cercando di trattenere il fiato mentre corre su e giù per il campo come se fosse sempre alle prese con il fiatone. Probabilmente ci mettereste un po’ a prenderlo sul serio come minaccia offensivo, ma guai se quel giocatore era Paul Arizin dei Philadelphia Warriors. Arizin, uno dei più grandi realizzatori degli anni ’50, aveva una fistola (malformazione alla cavità polmonare) che in campo lo faceva respirare a fatica e tossire, ma che non inficiò mai il suo tiro. “Pitching Paul” chiuse la sua decennale carriera NBA a oltre 22 punti di media, vincendo per due volte la classifica marcatori. Fu il quinto uomo nella storia della Lega a segnare 10000 punti, traguardo raggiunto più velocemente di tutti.  Arizin guidò i Warriors al titolo NBA nel 1956 e ...

HOOPS PORTRAITS - Walt "The Bell" Bellamy, per chi suona il Campana?

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di CHRISTIAN GIORDANO I big men che viaggiano a 20 punti e 13 rimbalzi di media sono una rarità, nella NBA di oggi. E uno con quelle cifre per un arco di tredici anni, sarebbe considerato fra i grandi di tutti i tempi. Eppure Walt Bellamy, le cui statistiche quelle sono, non è stato un All-NBA. Ma la cronica sottovalutazione di Bellamy era in gran parte figlia della sua stessa epoca di giocatore. Bellamy irruppe nella Lega nel 1961, quando ad avere perennemente sotto chiave il ruolo di centro all'All-Star Game erano un paio di tipini di nome Bill Russell e Wilt Chamberlain. E il povero Bellamy era ancora in circolazione quando su quelle scene si presentò un certo Kareem Abdul-Jabbar. Allora ditelo. L'unico riconoscimento che Bellamy fece in tempo a cogliere, fu Rookie of the Year 1962. Prima scelta al draft 1961, Bellamy, 2,09 per 112 kg, pareva già destinato a una franchigia di espansione, i Chicago Packers. Ma la matricola uscita da Indiana University aveva ricevut...

Slater Martin, piccola stella senza cielo

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di CHRISTIAN GIORDANO Molto prima di Calvin Murphy, Spud Webb, Tyrone "Muggsy" Bogues e, sic, Nate Robinson, era stato Slater Martin a dimostrare che nella NBA c’è posto anche per i piccoletti. Purché belli tosti.  Alla Jefferson High School di Houston, nel Texas, Martin era appena 1,69 quando condusse il liceo a due titoli statali consecutivi, 1942 e 1943. Al college, autodefinitosi “cannoniere” di 1,77, Martin lasciò i Longhorns della University of Texas dopo esserne diventato il top scorer all-time e col record della Southwest Conference di 49 punti segnati in una partita. Più che le sue medie realizzative, però, ad attirare i pro' era come difendeva. Martin marcava il miglior realizzatore avversario, e pazienza se quello lo sovrastava di quindici centimetri. Nel 1949 la corazzata Minneapolis Lakers lo arruolò per difendere contro i migliori frombolieri della lega, e poi per ricevere sugli scarichi della superstar, il centro George Mikan, e degli altr...

MAESTRI DI BASKET - Bill Sharman, una vita da All-Star

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di CHRISTIAN GIORDANO  Provate ad immaginarvi uno che nel basket pro’ sia stato capace di vincere undici anelli: quattro come giocatore, tre da allenatore e quattro in veste di team executive.   Fatto? Bene, adesso immaginate che quei titoli li abbia vinti con quattro squadre diverse di tre leghe diverse.  Suona inverosimile? Può darsi, ma questi sono i traguardi tagliati da Bill Sharman. E il bello è che i suoi risultati valgono ben più delle sue “semplici” vittorie in campionato. Da giocatore, negli anni ’50, era stato una guardia di 1,87 incapace di schiacciare, ma anche un micidiale jump shooter per sette volte All-NBA, di cui quattro consecutive come Primo quintetto.  Ed è stato pure il miglior tiratore di liberi della sua epoca, come testimoniano i suoi sette titoli di categoria, tuttora record NBA, e la sua percentuale in carriera (88.3%), la terza di sempre. Ma, dote ancora più importante, è stato un grande clutch player . Per il coach dei Celtics Red Auerb...

HOOPS PORTRAITS - Gene Conley, battute di spirito

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https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano/dp/1731583168/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr= di CHRISTIAN GIORDANO Gli ex pitcher Ron Reed e Dave DeBusschere hanno giocato a livello professionistico per qualche anno sia a basket sia a baseball.  Bo Jackson ha trascorso un paio d’anni giocando nello stesso periodo a baseball e a football.  Ma dai tempi di Jim Thorpe il solo uomo a sfondare per davvero in due sport professionistici è stato Gene Conley, che in undici anni disputò diciassette stagioni di big league: undici nel baseball e sei nella NBA. E Conley è anche l’unico ad aver vinto il campionato in entrambi gli sport. Centro di 2.02 i cui punti di forza erano il saper andare a rimbalzo e far partire il contropiede, Conley era il rimpiazzo di Bill Russell nei Boston Celtics tre volte campioni NBA dal 1959 al 1961. Giocando anche come ala di riserva, Conley in quegli anni arrivò a scendere in campo fino a quindici minuti a part...

«That's Two For McAdoo!»

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di CHRISTIAN GIORDANO © Uno dei soli otto giocatori NBA capaci di vincere la classifica marcatori almeno tre volte, Bob McAdoo ha contribuito a cambiare il ruolo del big man nel basket pro'. È stato uno dei primi centri rapidi, poco fisici, fin dai primi anni ’70. Incubo dei difensori di qualunque taglia, con il suo range quasi illimitato puniva il centro avversario attirandolo lontano dal canestro e se invece gli appiccicavano un piccoletto , dall'alto del suo 2,04 gli tirava in testa a visuale libera. Insomma, una sentenza. Quando, nel 1972, arrivò a Buffalo dalla University of North Carolina, si adattò controvoglia a giocare ala perché i Braves lo ritenevano troppo leggero per giocare pivot nella NBA. Ma pur giocando fuori posizione, fu Rookie of the Year a 18 punti a partita. L’anno seguente, i Braves cedettero il centro Elmore Smith e spostarono McAdoo nel mezzo. Bob rispose col titolo di capocannoniere a 30.6 di media e, pur tirando quasi la metà delle vo...

HOOPS PORTRAITS - Ann Meyers, l’altra metà del (gancio) cielo

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https://www.amazon.it/Hoops-Portraits-Ritratti-basket-americano/dp/1731583168/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr= di CHRISTIAN GIORDANO Ann Meyers è cresciuta a San Diego con altri dieci fratelli e ben presto dovette abituarsi a competere contro i ragazzi, compreso il fratello maggiore Dave che giocò anche nella NBA. Al liceo, Ann era già abbastanza brava da diventare la prima donna di sempre a ricevere da UCLA una borsa di studio integrale per il basket. E la Meyers fece in modo di ripagare lautamente i Bruins guidandone la squadra quasi in ogni categoria e diventando la prima donna per quattro volte All-American nella storia del basket femminile. Da junior, nel 1978, guidò UCLA al titolo nazionale. In finale, nella vittoria per 90-74 su Maryland, Ann ebbe 20 punti, 10 rimbalzi, 8 recuperi e 9 assist, un’impressionante dimostrazione di gioco a tutto campo. Nota per la grinta e l’aggressività che esibiva in entrambe le estremità del campo, della Meyers venivano...